Il 3 gennaio 1868 in Giappone viene abolito lo shogunato e inizia la restaurazione Meiji.

Prima dell’arrivo, nella baia di Edo, dell’ammiraglio americano Matthew Perry e delle sue “navi nere”, il Giappone era un paese isolazionista e chiuso al mondo esterno. Ai giapponesi era severamente proibito viaggiare all’esterno dei confini nazionali, e i pochi scambi culturali e commerciali con gli stranieri, cinesi e olandesi, erano permessi solamente nel porto di Nagasaki, all’interno dell’avamposto commerciale olandese di Dejima, sotto lo stretto controllo delle autorità shogunali. Dal punto di vista politico il paese era diviso in domini feudali (han) governati in maniera autocratica dai daimyō, che però dipendevano dallo shogun, il quale aveva poteri assoluti sopra la loro carica. La società civile, d’altro canto, era cristallizzata secondo la tradizionale stratificazione confuciana, in quattro ordini. Al vertice erano i samurai o bushi (burocrazia letteraria), successivamente venivano i contadini, rispettati in quanto produttori per eccellenza, ma tenuti in miseria; quindi gli artigiani e infine i disprezzati mercanti. L’appartenenza a un ordine era di natura ascrittiva (per nascita) e non si poteva acquistare un altro, ma sotto la facciata di immobilismo, da un paio di anni il paese era in fermento sociale. L’arrivo di Perry e della sua flotta fece scoppiare una crisi ormai latente nella società giapponese, smascherando le contraddizioni del sistema politico e socioeconomico.

La formazione dell’alleanza Satcho nel 1866 tra Saigō Takamori, del feudo di Satsuma, e Kido Kōin (1833–1877), del feudo di Chōshū, segnò l’inizio del rinnovamento Meiji. Questa alleanza si fece sostenitrice della causa imperiale contro lo shogunato Tokugawa (1603-1868), che controllava la politica e l’esercito giapponese dal 1603.

Il bakufu Tokugawa ebbe ufficialmente fine il 9 novembre 1867, quando il quindicesimo shogun Tokugawa Yoshinobu “consegnò i propri poteri nelle mani dell’imperatore” e si dimise dalla carica dieci giorni più tardi. Era l’effettiva restituzione del potere al sovrano, Yoshinobu abbandonò la scena politica, ma le forze fedeli allo shogunato si rifiutarono di cedere le armi.

Poco dopo, nel gennaio 1868, cominciò la guerra Boshin (guerra dell’anno del drago) con la battaglia di Toba-Fushimi, alla periferia di Kyoto, in cui l’esercito comandato dai signori di Chōshū e Satsuma sconfisse quello delle forze lealiste dello shogunato. Queste ultime subirono una serie di altre sconfitte sia in battaglie campali, sia in quelle navali. Quanto restava delle forze dello shogun si ritirò verso la fine del 1868 in Hokkaidō, al comando del comandante della marina militare Enomoto Takeaki (1836–1908), che fondò la Repubblica di Ezo. Il nuovo Stato ebbe vita breve: nel maggio 1869, con la battaglia di Hakodate, le truppe dello shogunato furono assediate nella loro roccaforte e dovettero capitolare.

La resa rappresentò la fine dello shogunato e del suo regime feudale. Il 3 gennaio del 1869, dopo la fuga in Hokkaido delle truppe dello shogunato, l’imperatore Mutsuhito proclamò ufficialmente la restaurazione del potere imperiale e quindi la fine dello shogunato con il seguente comunicato:

«L’imperatore del Giappone annuncia ai sovrani di tutti i Paesi esteri e ai loro sudditi di aver concesso allo shogun Tokugawa Yoshinobu di rimettere il potere di governo come da sua richiesta. Da questo momento eserciteremo la suprema autorità in tutti gli affari interni ed esterni del Paese. Di conseguenza il titolo di imperatore deve sostituire quello di Taicun, con il quale erano stati conclusi i trattati. Stiamo per nominare gli incaricati a condurre gli affari esteri. È auspicabile che i rappresentanti delle potenze che hanno siglato i trattati avallino questa dichiarazione.»

Immagine d’apertura: l’imperatore Mutsuhito lascia Kyoto per trasferirsi a Tokyo, in una illustrazione di Le Monde datata 1868

Bibliografia e fonti varie