Che fine farà o dovrebbe fare l’autonomia differenziata

Premio letterario Raccontami una storia

C’è un punto rimasto in sospeso nel passaggio dal vecchio al nuovo Governo. Un punto che rientra tra quelli indicati dal M5s, in fase di trattativa, al Pd: l’autonomia differenziata. Si tratta di una locuzione pomposa che potremmo tradurre con “ogni Regione fa per sé”: ossia quel sistema che trasferisce i poteri legislativi e gli introiti fiscali direttamente in capo alle Regioni che su alcune materie, fino adesso statali o comunque condivise tra Stato e Regioni, potranno decidere e vivere del loro. Si tratta di un punto ereditato direttamente dall’accordo con l’ex alleato Matteo Salvini e che rispecchia in buona parte il cosiddetto federalismo da sempre coccolato dalla Lega Nord ma non del tutto disdegnato anche da alcune correnti interne al Pd.

In realtà la Costituzione prevede già un dislocamento progressivo dei poteri verso le Regioni fin dalle sue origini, sebbene rimasto nebuloso fino al 2001, quando proprio la sinistra al Governo ha attivato e mai davvero completato la nota riforma del titolo V. Il risultato di questa manovra è stato un acuirsi dello scontro tra Stato e Regioni, in merito a “chi decide cosa”, e soprattutto del divario tra Nord e Sud. Il problema infatti è poi tutto qui: da un lato una maggiore autonomia snellirebbe tutta quella giurisprudenza impegnata a fare da paciere tra enti pubblici grandi e piccoli; dall’altro lato però favorirebbe gli enti “virtuosi” lasciando indietro tutti quelli che, già ora, senza gli introiti delle altre Regioni e un forte impianto centrale, non ce la fanno. E tutto questo non riguarda le Regioni, intense come enti astratti e creati da noi, ma le persone stesse: avremmo pochi cittadini di serie A seguiti da ben più connazionali a dir poco sfigati; anche perché le materie di cui stiamo parlando sono tante e toste, si tratterebbe di autonomia regionale pressoché totale in materia di lavoro, ambiente, accordi internazionali, scuola e sanità. Proprio questi due ambiti sono il pomo della discordia tra i favorevoli e contrari: lasciando alle regioni autonomia decisionale circa gli standard minimi in fatto salute e istruzione il rischio che alcune zone di trasformino in lande desolate è molto alto, oltre che in palese contrasto con la Costituzione che prevede, sì, l’autonomia ma anche una sostanziale parità in tutte le prestazioni assistenziali.

L’autonomia differenziata, quindi, è un’idea tutta da buttare via? Probabilmente no, dipende da come la si attua. Accettare le differenze regionali senza classismi di sorta significa ammettere che il territorio italiano ha delle specifiche esigenze che richiedono menti e mani più vicine rispetto a quella dello Stato, così come si sente un maggiore bisogno di enti locali più a misura di cittadini e meno gravati da burocrazie lente e macchinose. L’autonomia regionale potrebbe favorire la creazione di assetto economico più a misura delle persone, secondo le esigenze del territorio e nel rispetto di quello specifico ambiente; permettendo così al cittadino di avere un ritorno nel lavoro e nella collettività, senza cadere in pericolose idee autarchiche e sovraniste frutto di povertà e disperazione.

L’autonomia non si esaurisce con se stessa ma si collega a altri aspetti: l’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini deve essere il punto intorno a cui ruota il tutto, lasciando perdere manie di superiorità e velleità secessionistiche; così come nessuna autonomia locale potrà mai sostituire un controllo dello Stato come garante dei cittadini stessi e della Costituzione. Si ha infatti un po’ l’impressione che nel tanto intellettuale e moderno dibattito sul federalismo ci siano due grandi assenti, ignorati di proposito: le privatizzazioni e la criminalità organizzata. Laddove lo Stato si allontana e le Regioni finiscono per soccombere alle loro mancanze è facile che i cittadini trovino un modo per organizzarsi da soli e ci si chiede se insistere su questo tipo autonomia regionale non sia altro che un modo per aprire una breccia e colpire dritto al cuore del welfare, mirando alla privatizzazione dell’istruzione e della sanità, cosa facile ma ben poco auspicabile. E in tutti i quei luoghi dove l’iniziativa privata è minata anch’essa dalla mancanza di fondi legali non si farebbe, ancora una volta, il gioco della criminalità organizzata, pronta e presente dove lo Stato compiacente se ne lava le mani? In entrambi i casi l’autonomia sarebbe solo una bella etichetta, volta a coprire servizi finiti nelle mani di pochi e sbagliati.

L’autonomia regionale o federalismo riguarda l’idea che noi abbiamo di Stato. Innanzitutto dal punto di vista economico, ossia quanto e come siamo disposti a smontare il nostro stato sociale per renderlo più efficiente senza distruggerlo; ma anche dal punto di vista sostanziale: diventare una repubblica federale o una confederazione significa stravolgere gli assetti costituzionali alla base dello Stato stesso.

Soprattutto l’autonomia differenziata ha a che fare con ciascuno di noi e con i rapporti che abbiamo gli uni con gli altri: potremmo trarne dei benefici, una separazione che alla fine ci arricchisce, oppure potremmo frammentarci correndo dietro al profitto e al campanilismo e cessare di esistere come italiani.

Alice Porta