il macero, di valeria pritoni page 0001

Uno dei maceri che avevo dietro casa, quando abitavo ai 15 Camini, era circondato  da  salici e querce enormi. Venivano ogni anno i cercatori di tartufi perché pare  fosse facile trovarne tra le loro radici. I cagnolini abbaiavano e correvano scodinzolando a scavare con frenesia. Io comunque, di tartufi, non ne ho mai visto uno. Andavo invece a raccogliere le ghiande da portare al mio maiale che le mangiava voracemente, facendole scrocchiare tra i denti come facciamo noi con le noccioline. Le ghiande sono frutti non commestibili ma da vedere sono bellissime: con quel cappellino sembrano fatte apposta per somigliare ad una buffa testa umana. Io le incidevo, le disegnavo e ci giocavo a fare la negoziante, di volta in volta, a seconda del tipo di negozio, diventavano caramelle, perle oppure monete da dare di resto. Avevo sempre ghiande in tasca, anche quando andavo a scuola, le tenevo nel grembiule e tentavo pure, con scarsissimo successo, di scambiarle con una figurina o una biglia.

Le querce erano uno spettacolo, in particolare ce n’era una con un ombrello grande come un tendone da circo, faceva un’ombra veramente ristoratrice nelle bollenti giornate estive perché aveva una chioma folta che riparava dai raggi del sole e rinfrescava quando  deboli folate di vento l’attraversavano, le foglie ne amplificavano l’effetto.

La mia amica Paola ed io, prendevamo il mangiadischi, un plaid e ce ne andavamo sotto la quercia ad ascoltare la musica e a chiacchierare. Una volta ci appostammo su di un formicaio, senza accorgercene e, dopo qualche minuto, avevamo formiche ovunque che pizzicavano come dannate, nei posti più impensati e reconditi del nostro corpo.

Valeria Pritoni

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