No all’aborto? Altro che difesa della vita: è la voglia maschile di prendersi quello che non si ha

Premio letterario Raccontami una storia

Sostenere che la vita inizi un secondo dopo il concepimento – e non si vede perché non un millisecondo o un milionesimo di secondo o così all’infinito, allora – è pur sempre un’opinione. Un’opinione legittima, finché è tale, anche se in palese contrasto con la scienza e la legge.

Eppure i professionisti (medici) che fondano la loro obiezione di coscienza su questa opinione antiscientifica sono tanti e l’interruzione di gravidanza diventa una contrapposizione tra la donna e il feto, addirittura tra la donna e la Vita stessa nel suo significato più ampio.

La psicanalista e femminista Karen Horney sosteneva l’esistenza di una sorta di “invidia dell’utero”, che potremmo spingere oltre: il maschio primitivo sa che nessuna potenza fisica e nessun potere sociale potranno mai sostituire la grandezza della capacità naturale di portare nel mondo una vita. Matura così un’ insoddisfazione violenta e inconscia e, da quel momento, ogni scelta diventa funzionale al controllo dell’utero.

«La madre è l’unica certa». Questo è inaccettabile in termini di onore e anche di eredità patrimoniale. La verginità obbligatoria, la sottomissione quotidiana della donna anche con la violenza fisica e persino una certo tipo di romanticismo, che racconta una donna sospesa in attesa dell’unico uomo che la possa salvare e a cui concedersi, rispondono tutti a quest’ansia di controllo del corpo della donna e della sua facoltà creativa.

Tutto questo, a quando pare, non basta: e così al dominio sul corpo della donna si unisce un nuovo racconto intorno alla vita.

Nasce il concetto di dio, in particolare del dio concepito, unico e al maschile, idea abbastanza recente nella storia dell’umanità delle religioni monoteiste. Egli è padre e quindi uomo. Genera la vita, la nutre ma nessuno ha ritenuto mai opportuno pensarlo come donna, come natura suggerirebbe. La religioni stesse diventano patrilineari: cioè si tramandano per linea paterna, a eccezione dell’ebraismo – dove peraltro si discute sulla natura plurale del dio dell’Antico testamento – e a rappresentanza di dio padre ci stanno solo uomini. La figura della madre viene osannata ma la potenza generatrice e la sacralità della vita diventano questione di seme maschile.

Oggi i rapporti tra i sessi sono mutati eppure il fatto che una donna possa rifiutare di mettere al mondo un bambino e negarsi di essere madre è difficile da digerire, anche presso chi si definisce intellettuale, di sinistra e plurititolato. La donna che abortisce non compie un affronto alla vita, che appunto nei fatti ancora non esiste, ma si contrappone all’uomo: il diritto maschile alla propagazione del seme, depositario del fine ultimo della prosecuzione della specie, vale di più del diritto della donna di autodeterminarsi, di dire no ad un’esperienza di vita che la mette a disagio, che non desidera, che mina la sua persona. Anche quando il padre è assente, distante, non sa e non vuole nemmeno sapere di essere padre: il suo diritto come portatore di vita viene comunque prima.

Questo è maschilismo; poco importa se è inconscio, travestito da morale, etica o fede, resta uno sbilanciamento tra i sessi che priva una parte di diritti fondamentali.

Riconoscere il maschilismo dietro all’obiezione di coscienza, significa riconoscerlo anche nella maternità stessa e in come viene concepita ed è questione dura, soprattutto per le donne stesse.

Continuare a difendere una narrativa che racconta la maternità come il punto più alto di amore e realizzazione della donna è maschilismo, sostenere che abortire sia un affronto a tutte quelle donne che non hanno potuto diventare madri è violenza psicologica, parlare di omicidio è investire le nostre simili di un’autorità sulla vita che non possediamo. Occorre che come donne accettiamo di scendere dallo scranno della santità materna su cui ci hanno messo e a cui però ci siamo affezionate, che però ci intrappola: la creazione della vita è una scelta intima e personale a cui si partecipa in due, in egual misura. Solo capendo questo potremmo avere parità di diritti e di rispetto e riusciremo a oscurare un certo tipo di maschio, che avrebbe dovuto già essere superato.

Alice Porta