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01/02/2022
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Arriva il voto femminile in Italia

Il primo febbraio 1945 viene emanato il decreto legislativo luogotenenziale numero 23 che estende il diritto di voto alle donne, è così attuato anche in Italia il suffragio universale per entrambi i sessi.

Prima dell’unità d’Italia a livello locale e di singoli stati della penisola il suffragio femminile era stato concesso seppur sporadicamente e in forma limitata. In Lombardia ad esempio, durante la dominazione austriaca le donne benestanti e amministratrici dei loro beni potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale attraverso un tutore e in alcuni comuni potevano essere elette. Nel Granducato di Toscana (dal 1569 al 1859) e in Veneto invece le donne partecipavano alle elezioni di politica locale ma non potevano essere elette. In Toscana un decreto datato 20 novembre 1849 sanciva il diritto di voto amministrativo per le donne attraverso una procura e dal 1850 anche tramite una scheda inviata al seggio con una busta sigillata.

Con l’avvento dell’Unità i diritti di voto garantiti localmente vennero meno e si diede per scontata l’esclusione delle donne dalla vita politica dettata dalle tradizioni. La formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell’Italia unita si riferiva per tacito accordo ai soli uomini.

Furono numerosi i tentativi di ammettere le donne al voto amministrativo immediatamente dopo l’Unità d’Italia: ci furono ad esempio disegni di legge Minghetti, Ricasoli (del 13 marzo e 22 dicembre 1861) e quello del ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi del 5 marzo 1863 nel quale si richiedeva l’estensione del diritto di voto per le contribuenti nubili o vedove.

Parallelamente gravava nel contesto politico la questione del suffragio universale maschile e Agostino Depretis (che guidava il governo dal 1876) formulò nel 1880 e 1882 due nuovi progetti di riforma elettorale a livello amministrativo, che sull’allargamento del voto alle donne fallirono entrambi in toto.

Altri progetti sul voto femminile alle elezioni nazionali fallirono tutti. Prima del 1945, solo sul voto amministrativo locale le donne ottennero il diritto di voto. La prima conquista in questo campo avvenne nel 1890: la legge n. 6972 del 17 luglio conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza. Iniziava così il cammino che avrebbe portato le donne all’ottenimento del suffragio universale.

Nel 1922 Benito Mussolini salì al governo. Egli, accolto da Margherita Ancona e Alice Schiavoni Bosio, partecipò nel 1923 al IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio e promise di concedere il voto amministrativo alle Italiane a meno che non si svolgessero imprevisti e rassicurò gli uomini parlando di “conseguenze benefiche” che sarebbero derivate dalla suddetta concessione. Il 22 novembre 1925 il fascismo fece entrare in vigore una legge che per la prima volta rendeva le italiane elettrici in ambito amministrativo. Questa legge fu però resa completamente inutile dalla riforma podestarile entrata in vigore pochi mesi dopo e precisamente in data 4 febbraio 1926: così ogni elettorato amministrativo locale veniva annullato, si sostituiva al sindaco il podestà che insieme ai consiglieri comunali non era eletto dal popolo, ma dal governo.

Il voto politico alle donne fu sostenuto in maniera crescente all’inizio del 900 dal partito socialista, dal nuovo partito popolare di don Luigi Sturzo e in seguito inizialmente persino dai fasci di combattimento e dai seguaci di D’Annunzio a Fiume. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919 un disegno di legge che estendesse il diritto di voto anche alle donne fu presentato e passò alla Camera, ma non arrivò mai in Senato a causa della chiusura anticipata della legislatura dovuta alla questione fiumana: il che significava che tutte le leggi “in attesa di approvazione” decadevano.

Durante il fascismo la questione morì ovviamente a livello politico, avendo il fascismo abolito la democrazia. Quando l’Italia prese parte alla seconda guerra mondiale, com’era già successo durante la Grande Guerra, le donne dovettero rimpiazzare gli uomini. Questa volta però i convulsi avvenimenti degli ultimi due anni di guerra implicarono il loro coinvolgimento nella Resistenza.

In questo clima, su iniziativa del Partito comunista, nel novembre 1943 vennero fondati a Milano i Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Volontari della Libertà: un’organizzazione costituita da donne che si univano per manifestare contro la guerra, assistere famiglie in difficoltà, supportare i partigiani. Nel luglio 1944 i Gruppi di Difesa furono riconosciuti dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e nello stesso anno il giornale Noi Donne dava voce alle pubblicazioni ufficiali.

Nel mese di agosto i partiti capeggiati da Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana) e Palmiro Togliatti (Partito Comunista) si dimostrarono favorevoli alla questione dell’estensione del suffragio anche alle donne: fu così che prese forma il decreto De Gasperi-Togliatti, meglio conosciuto come decreto Bonomi dal nome del Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, oltreché ad interim Ministro dell’Interno, che ricoprì la carica dal giugno 1944 al giugno del 1945.

Nel mese di settembre del 1944, sempre per iniziativa del Partito comunista, a Roma venne fondata l’Unione Donne Italiane, nella quale vennero inseriti i Gruppi di Difesa della Donna: questa macro-organizzazione avrebbe dovuto rendere unitaria la campagna per il raggiungimento dei diritti politici. L’UDI era però di ideali più tendenti verso sinistra, fu per questa ragione che Maria Rimoldi, presidentessa delle donne cattoliche, propose di staccarvisi e dar vita a una nuova organizzazione di ispirazione cristiana: nasceva il Centro Italiano Femminile. Nell’ottobre 1944 la Commissione per il voto alle donne dell’UDI e altre associazioni presentarono al governo Bonomi un documento nel quale parlavano dell’inevitabilità di concedere il suffragio universale e verso la fine del mese sorse il Comitato Pro Voto, volto a far conquistare il diritto di voto alle donne e fare in modo che esse potessero ottenere cariche importanti nelle amministrazioni pubbliche e negli enti morali.

Il 20 gennaio 1945 Togliatti scrisse una lettera a De Gasperi nella quale affermava che fosse necessario porre la questione del voto alle donne nell’imminente consiglio dei ministri. A tale lettera De Gasperi rispose: “ho fatto più rapidamente ancora di quanto mi chiedi. Ho telefonato a Bonomi, preannunciandogli che lunedì sera o martedì mattina tu e io faremo un passo presso di lui per pregarlo di presentare nella prossima seduta un progetto per l’inclusione del voto femminile nelle liste delle prossime elezioni amministrative. Facesse intanto preparare il testo del decreto. Mi ha risposto affermativamente.”.
Il 30 gennaio 1945 nella riunione del consiglio dei ministri, come ultimo argomento, si discuteva del voto alle donne. La questione fu esaminata con poca attenzione ma la maggioranza dei partiti (a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani) si dimostrò favorevole all’estensione. Il 1 febbraio 1945 venne così finalmente emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle donne italiane, con la condizione che avessero almeno 21 anni. Le uniche donne ad essere escluse erano citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: si trattava delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il 21 ottobre 1945 anche papa Pio XII si dimostrò favorevole al suffragio femminile, poichè sperava avrebbe favorito le fazioni più conservatrici, affermando: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”.

Il decreto Bonomi tuttavia non faceva menzione dell’elettorato passivo: cioè della possibilità, per le donne, di essere votate. L’11 febbraio 1945 l’UDI compose un telegramma per Bonomi nel quale si richiedeva di sancire anche l’eleggibilità delle donne. Dovette trascorrere poco più di un anno prima che esse potessero godere dell’eleggibilità che venne loro conferita alle italiane di almeno 25 anni dal decreto n. 74 datato 10 marzo 1946: da questa data in poi le donne potevano considerarsi cittadine con pieni diritti politici.
Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (svolte assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica) si tennero il 2 giugno 1946.

Immagine d’apertura: foto di donne che votano per la prima volta

Bibliografia e fonti varie

  • Giulia Galeotti, La sconfitta di Atena, in Storia del voto alle donne in Italia, Roma, Biblink, 2006.
  • Nicolò BiscacciaCronaca di Rovigo, 1866, p. 93.
  • Manifesto del 25 ottobre 1866 del Commissario del re, Guicciardi.
  • N.M. Filippini, Donne sulla scena pubblica: società e politica in Veneto tra Sette e Ottocento, 2006, p. 136.
  • Annamaria Isastia, La battaglia per il voto nell’Italia liberale, in Marisa Ferrari Occhionero (a cura di), Dal diritto di voto alla cittadinanza piena, Roma, Casa editrice Università La Sapienza, 2008 pagine=31-51.
  • Ginevra Conti Odorisio, Teorie suffragiste nell’Ottocento, in Marisa Ferrari Occhionero (a cura di), Dal diritto di voto alla cittadinanza piena, Roma, Casa editrice Università La Sapienza, 2008, pp. 19-30.
  • La donna e i suoi rapporti sociali, di Anna Maria Mozzoni, su intratext.comURL consultato il 26 gennaio 2013.
  • Petizione per il voto politico alle donne, di Anna Maria Mozzoni, su intratext.comURL consultato il 26 gennaio 2013.
  • Parole al Comizio dei Comizi, su intratext.comURL consultato il 29 gennaio 2013.
  • Mario Caciagli, Il voto alle donne, in Marisa Ferrari Occhionero (a cura di), Dal diritto di voto alla cittadinanza piena, Roma, Casa editrice Università La Sapienza, 2008, pp. 53-61.
  • Giulia Galeotti, Il decreto Bonomi, in Storia del voto alle donne in Italia, Roma, Biblink, 2006.
  •  P. Spriano, Le passioni di un decennio 1946-1956, Milano, 1986, p. 69.