ARRIVEDERCI, BERLINGUER!

In anteprima assoluta al Pordenone Docs Fest 

il cineconcerto prodotto dall’AAMOD e da Cinema Zero 

con i materiali d’epoca su Berlinguer e sulla sua straordinaria capacità 

di entrare in contatto con le masse popolari

Domenica 2 aprile 2023 – Ore 20:45

Un film documentario di 

Michele Mellara e Alessandro Rossi

(Italia, 2023, 50’)

 Musica dal vivo:

Massimo Zamboni – Voce e chitarre 

Erik Montanari – Chitarre 

Cristiano Roversi – piano, basso, synth, programming

CINEMAZERO – Sala Grande 

Piazza Maestri del Lavoro, 3

Pordenone 

Il progetto arriverà il 6 maggio a Roma nell’ambito di

UnArchive Found Footage Fest

In anteprima per il Pordenone Docs Fest, arriva il progetto cine-musicale Arrivederci, Berlinguer!, una co-produzione del festival con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico,  in collaborazione con Mammut Film. Un’iniziativa che, secondo le logiche del Found Footage, reinventa la storia espressa dalle immagini audiovisive, in una trasposizione creativa, per la regia di Michele Mellara e Alessandro Rossi, che si interseca con le altre arti, in questo caso la musica dal vivo. Il live e la performance di Massimo Zamboni alla voce e chitarre, accompagnato da Erik Montanari alle chitarre e Cristiano Roversi a piano, basso, synth, programming, e il girato dei funerali di Enrico Berlinguer ad opera di alcuni tra i maggiori cineasti italiani, documenti conservati all’archivio AAMOD, saranno gli ingredienti di un cineconcerto in programma alla sala grande del Cinemazero di Pordenone, nella serata finale della XVI edizione del Pordenone Docs Fest, domenica 2 aprile alle ore 20:45: un’occasione per ricordare la scomparsa del grande politico, avvenuta nel 1984, e ricordarne la figura in un’operazione del tutto originale. “L’addio a Enrico Berlinguer”, il film corale sui suoi funerali, realizzato all’epoca, tra gli altri, da Bernardo e Giuseppe BertolucciSilvano AgostiRoberto BenigniCarlo LizzaniLuigi MagniGiuliano MontaldoEttore Scola e Gillo Pontecorvo, è stato rimontato e attualizzato, arricchito di materiali inediti, per mostrare il rapporto umano, caldo e vivo, che il politico riuscì ad avere con le masse popolari. Nella nuova versione, è un film che guarda in avanti, che non vuole celebrare ma dare spunti: per riflettere su cosa significa fare politica, viverla come comunità e in prima persona: oggi urgenza quanto mai necessaria. “L’umanità della figura di Berlinguer restituisce dignità, integrità e forza alla politica. Lo raccontiamo a partire dalla grande partecipazione popolare al suo funerale, – spiegano i registi. – Nel nuovo assemblaggio, a intervallare i tempi espansi della lunga cerimonia, abbiamo inserito alcuni suoi interventi che riguardano i temi che ci sembravano più vicini all’oggi: generazioni, donne, famiglia, questione morale, lavoro, e su cui ebbe parole  ancora di estrema attualità, che continuano a farci riflettere”.  Le immagini, provenienti dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, sono state girate per lo più in pellicola, tra le fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, soprattutto durante convegni e appuntamenti pubblici a cui prese parte Berlinguer. Mostrano l’uomo politico, nella sua veste istituzionale, concedendo poco al privato. Il leader viene rappresentato sempre – forse, a volte, con una dose di serietà eccessiva – nei momenti ufficiali, nell’impeto oratorio di un comizio, nell’incontro di sezione con i militanti del partito. A questi filmati, però, se ne aggiungono alcuni che lo ritraggono nella vita privata, più caldi, momenti che restituiscono, almeno in parte, l’umanità e le fragilità dell’uomo. Arrivederci, Berlinguer!, con un montaggio concepito in chiave emozionale, mira a coinvolgere il pubblico poggiandosi sulle composizioni musicali e la chitarra di Massimo Zamboni: la reiterazione del gesto, le folle, la commozione delle donne, dei politici, delle masse operaie, degli ultimi e dei capi di stato, i pugni alzati: tutto questo diventa sinfonia visiva e musicale allo stesso tempo. Dopo la prima a Pordenone, il cineconcerto arriverà a Roma il 6 maggio, all’interno della prima edizione dell’UnArchive Found Footage Fest, iniziativa ideata e prodotta dall’AAMOD, in collaborazione con Archivio Luce, con il sostegno del MiC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e di altre istituzioni pubbliche e private.
Michele Mellara e Alessandro RossiAutori, registi, ideatori di eventi, docenti, lavorano insieme o da circa vent’anni. Laureati al DAMS di Bologna. Mellara si diploma alla LIFS (London Film School). Dopo il loro film di finzione, Fortezza Bastiani (2002), Premio Solinas per la miglior sceneggiatura, iniziano il loro originale percorso nel cinema documentario. Fra gli altri, Un metro sotto i pesci (2006); Le vie dei farmaci (2007); La febbre del fare (2010); God save the green (2012); I’m in love with my car (2017), Vivere che rischio (2019), 50 – Santarcangelo Festival (2020), film che gli valgono riconoscimenti e premi in Italia che all’estero. I loro documentari sono stati trasmessi nel mondo da emittenti televisive di oltre 50 paesi. Massimo ZamboniNato nella provincia più rossa della rossa Emilia, è sempre stato affascinato artisticamente dall’immaginario e mito sovietico, da quando nel 1982 ideò assieme Giovanni Lindo Ferretti i CCCP – Fedeli alla Linea, un gruppo punk con grande seguito di pubblico e oggi celebrato in tutti i libri di storia della musica. Una band che si definì “filosovietica”, parente stretta di Mishima e Majakovskij e del dadaismo russo, che produceva “musica melodica emiliana” e guardava all’Est per ragioni etiche ed estetiche, in contrapposizione al richiamo americano imperante in quegli anni di benessere e rampantismo. Proprio a Mosca e a Leningrado nella primavera del 1989 i CCCP tennero, dopo due piani quinquennali, il loro tour conclusivo. Crollato il Muro e scioltasi nel 1991 l’Unione Sovietica, messi in soffitta i veementi proclami i CCCP posero fine al loro progetto artistico. Le loro ceneri generarono alcuni anni dopo i CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) che, con questo acronimo che strizzava l’occhio alla neocostituita Confederazione degli Stati Indipendenti, hanno solcato i palchi italiani per tutti gli anni Novanta, arrivando nel ’97 al primo posto in classifica dell’Hit Parade italiana. Conclusa quell’esperienza, Zamboni ha poi intrapreso una carriera solista con nuovi album (Sorella sconfitta, 2004; L’inerme è l’imbattibile, 2008; L’estinzione di un colloquio amoroso, 2010; Una infinita compressione procede lo scoppio, 2013), musiche per il cinema (tra le quali Benzina, 2001; Velocità massima, 2002; L’orizzonte degli eventi, 2005; Terapia d’urto, 2006, Il mio paese, 2006; God Save The Green, 2012, Il nemico. Un breviario partigiano, 2015) e il teatro (La detestata soglia, 2010; Biglietti da camere separate, 2011), ma soprattutto è diventato scrittore, con la pubblicazione di sette libri (tra i quali In Mongolia retromarcia, Giunti, 2000; Emilia parabolica, Fandango, 2002; Il mio primo dopoguerra, Mondadori, 2005; L’eco di uno sparo, Einaudi, 2015; Anime galleggianti, La nave di Teseo, 2016, Nessuna voce dentro, Einaudi 2017, La Trionferà, Einaudi 2021.
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