Giorgio Bernardini
Chen contro Chen. La guerra che cambierà Prato  (Roma, Round Robin Editrice, 2014)

Giorgio Bernardini
Giorgio Bernardini

Di fronte ad un albero lo storico si mette alla ricerca delle radici, poi risale lungo il fusto. Il giornalista invece ne osserva le foglie, e annusa l’odore dei suoi fiori, coglie l’attualità della pianta. Giorgio Bernardini, da giornalista, ha fatto così: si è incamminato per le strade della città, ha scrutato, annusato, scambiato parole, intuito stati d’animo. Non ha scritto un libro per il passato, ma per il futuro, parlando della “guerra che cambierà Prato”. Ha scandagliato il fondale tra stereotipi, false leggende e pregiudizi, che vogliono la “comunità cinese” sempre uguale a sé stessa, ingessata nelle sue dinamiche e nelle sue gerarchie interne. E uguali a sé stesse sono i 25 anni di parole annegate nel provincialismo pratese, quando si parla di cinesi. Ma c’è una guerra nella guerra: c’è quella di posizione tra “pratesi” e “stranieri”, e un’altra tutta interna alla parte orientale. Nelle trincee del Macrolotto Zero Bernardini ci fa vedere una “drôle de guerre” intergenerazionale, che sarà decisiva per il futuro economico e sociale di Prato. Ci sono i contrasti, i litigi, le parole di figli contro padri, con le seconde e terze generazioni che forse stanno cambiando idee, abitudini, relazioni, stretti tra la tradizione del progetto del “ritorno” e l’alternativa di un progetto di vita in Italia. La geometria in voga andrebbe rivista e corretta, le parallele distrettuali sono piuttosto un fitto insieme di secanti, che potrebbero divenire convergenti. Chi delle due trincee farà la prima, concreta mossa di avvicinamento? E nella trincea cinese riuscirà il giovane Chen a imporsi sul vecchio Chen? Le due domande sono talmente collegate da indurre Giorgio Bernardini ad abbozzare due provocanti provocazioni. La prima è che nessuno ha mai pensato davvero -checché se ne dica nelle campagne elettorali- di mandare via gli stranieri da Prato, cinesi compresi, pena l’inaridimento cittadino. La seconda riguarda il patto sociale che reggeva la città e che ora si è sfaldato. Quel “patto tacito” tra forze sociali, economiche e politiche al quale Claudio Martini da sindaco si appellava, di fronte alla crisi strutturale del cardato; un patto cittadino non scritto, che Paolo Giovannini non ebbe timore a definire “sistema neocorporativo”. Bernardini, sulla scia, ritiene a ragione quel patto improponibile e irripetibile, aggiungendovi implicitamente un’altra considerazione provocatoria: le giovani generazioni di “indigeni”, cresciute nel declino e nella crisi, saranno in grado di ripensare e riprogettare la città? Se la risposta è no, allora toccherà a qualcun altro farlo, forse proprio al giovane Chen, in parte o in toto.

Le conclusioni verso cui si orienta Giorgio Bernardini sono necessariamente bifronti. C’è un elemento di certezza, dato dal fallimento del ventaglio di ricette sin qui proposte, dal pragmatismo al solidarismo, dal buonismo all’intransigenza. C’è poi un elemento di incertezza, raccontato a mo’ di novella del futuro, con il sindaco e il presidente degli Industriali che si chiameranno Chen.

Superata l’enfatica lettura romanticista sulla “ascesa e caduta dell’Impero Romano”, oggi è possibile affrontare la questione in termini di storia delle migrazioni. Si scopre allora che il declino e il crollo dell’Urbe non sono altro che fasi di trasformazione. Si scopre allora che l’invasione dei barbari è una fase delle migrazioni di popoli che incontrano il diritto romano, un mélange dal quale emerge la versione carolingia del precedente latino. Dunque: dopo l’ascesa e la caduta dell’impero del tessile può nascere qualcosa di altrettanto valido, nell’incontro con la “invasione barbarica”?

Riccardo Cammelli