Cura per epatite C, c’è già ma non c’è ancora

Premio letterario Raccontami una storia

Si chiama Sofosbuvir il rivoluzionario inibitore dell’Rna polimerasi in grado di mettere in scacco l’infezione cronica da virus dell’epatite C (Hcv), patologia tra le principali cause di cancro al fegato. Una malattia che colpisce tra 7 e 8 milioni di persone solo in Europa, in cui, proprio il nostro Paese, detiene il primato per numero di positivi. Ma il percorso per l’accesso universale alla cura sembra essere tutt’altro che positivo. Di seguito, la storia.
Nell’aprile 2013, la multinazionale farmaceutica Gilead Science pubblica i risultati dettagliati dei suoi studi clinici, dimostrando che circa 1.000 pazienti sottoposti ad un regime terapeutico da 12 a 16 settimane con Sofosbuvir (Sovaldi ®), in combinazione con ribavirina e interferone, hanno una risposta virologica del 50-90%, apparentemente senza effetti collaterali: un risultato mai raggiunto prima.
Da qui all’immissione in commercio il passo è breve: nel dicembre dello scorso anno il farmaco è approvato dalla Food and Drug Administration di Stati Uniti e Canada; un mese dopo l’Agenzia Europea dei Medicinali, con un processo di valutazione accellerata, autorizza la vendita di compresse da 400 mg dal nome “Sovaldi”, in mono-somministrazione orale giornaliera.
Ma non basta un poco di zucchero per mandare giù la pillola: gli entusiasmi dei pazienti vengono subito frenati dal prezzo fissato dalla multinazionale, il quale solleva dubbi etici anche oltreoceano. La terapia arriva a costare, infatti, anche 58.000 euro per un trattamento di 12 settimane, che non sono neanche sufficienti quando, ad esempio, il paziente è affetto anche da cancro al fegato e necessita di cure più lunghe.
Mentre molte famiglie italiane sono corse ad acquistare la “pillola d’oro” a San Marino o in Vaticano, è in corso una fondamentale trattativa tra la Gilead e l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), affinché la sanità pubblica possa sobbarcarsi il costo del trattamento senza andare in bancarotta. Intanto il farmaco salvavita è per ora accessibile per “uso compassionevole” – cioè gratis- solo per i pazienti più urgenti come quelli con recidiva severa di epatite dopo trapianto di fegato e con cirrosi grave in lista per il trapianto.
I colpi di sciabola dell’Aifa sono serviti, per ora, soltanto a rimandare il termine della procedura negoziale con Gilead al 29 settembre. I malati restano col fiato sospeso, mentre la multinazionale, a fronte di un investimento di 62,4 milioni per lo sviluppo di Sovaldi, ha fatturato oltre 6 miliardi di dollari solo nel terzo trimestre del 2014.

Giulia Brugnolini