l'ombra del male, di giovanni pulci

Arrivò il giorno che tanto aveva aspettato, non dormì tutta la notte, da lungo tempo assaporava quel momento che sembrava non arrivare mai, ma senza far trasparire nessuna gioia. Attraversò il lungo corridoio che separava il luogo dell’attesa con il mondo reale, trattenendo un interminabile respiro fino all’uscita. L’angoscia lo attanagliava, lo fece come istintivo e naturale atto scaramantico, credendo che qualcuno all’ultimo momento lo potesse riportare indietro. Il suo pensiero era offuscato dal desiderio di riavere al più presto la libertà che gli era stata tolta, lasciando dietro le sue spalle il passato. Il suo sguardo era fisso verso avanti, come un automa, inespressivo, mai nessuna cosa lo avrebbe distratto, neanche per un solo istante. L’obiettivo era evadere, non con la mente, ma stavolta uscendo dal portone da dove era entrato.

Rivedere la luce senza le orribili grade davanti significava nascere per la seconda volta e avere la possibilità di non commettere gli stessi errori. Non si voltò neanche, quando accompagnato davanti alla soglia del carcere, l’agente gli diede una pacca sulla spalla augurandogli buona fortuna. Esitò ad affrettare il passo, rimase lì, bloccato, nessun pensiero in quel momento riusciva a scuoterlo. Rilasciò quel lungo respiro che aveva trattenuto come un rantolo, per liberare i polmoni da quell’aria che sapeva di chiuso e di rassegnazione.

Bastò poco per risentire il profumo di sempre: il libero vivere, il vedere cose che in precedenza mai aveva dato importanza, il clacson delle auto, le rondini volteggiare fin sopra la sua testa; prima ancora però, sentì quel caldo rovente d’agosto addosso la sua pelle, che non lo sdegnò, erano anni che non sentiva sul suo corpo il sole che lo baciava.

Giovanni Pulci

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