Annata nel 2019 estremamente drammatica per il miele toscano, con un crollo delle produzioni dell’85% dovuto alle condizioni climatiche; una concorrenza insostenibile dei paesi extraeuropei, Cina in primis, i quali possono contare su costi di produzione di cinque volte minori e di regole meno «stringenti» che favoriscono la produzione pur se sollevano dubbi sulla qualità del prodotto finale. Allarmante, secondo Cia Agricoltori Italiani della Toscana, il quadro regionale e nazionale del mercato del miele che emerge.    

Si riscontra infatti una vera e propria impossibilità a competere con i prezzi del prodotto da importazione: troviamo negli scaffali della Gdo vasetti di miele da mezzo chilo a 1,29 euro, mentre un prezzo remunerativo per la stessa quantità di miele prodotto in Italia è di almeno 5 euro per il millefiori e da 6 euro per il monofloreale.

Luca Brunelli, presidente Cia Agricoltori Italiani della Toscana, ha detto «Oltre ad annate che possono essere climaticamente negative  con poca produzione (anche se questo non è coinciso con l’aumento dei prezzi) il settore deve fare i conti con la concorrenza del prodotto estero che merita molta attenzione non solo nei confronti degli agricoltori produttori di miele ma anche verso i consumatori. E’ necessario avere regole più attente a tutela del reddito e della competitività delle aziende, partendo dalla definizione di miele fra Europa e Cina».

Secondo Paolo Pescia, apicoltore livornese, con 2.300 alveari (primo produttore regionale) dislocati in varie aree della Toscana (dalla montagna pistoiese alla Maremma, a seconda delle diverse fioriture) testimonia le difficoltà del settore. Dice Paoli: «Il 2019 è stato il peggiore degli ultimi 40 anni per la produzione di miele a causa del clima. Ma quello che resta sono i problemi di mercato: i costi di produzione sono molto alti (la prima voce è il personale) superiori di 5 volte rispetto ai paesi extra UE. Quindi oltre a valutare il prezzo del prodotto finale, che dovrebbe essere maggiore di almeno 5 volte, bisognerebbe analizzare la qualità del miele che arriva da fuori nei nostri scaffali. Il miele importato viene prodotto con regole diverse e questo il consumatore lo deve sapere».   

Nel 2018, la produzione di miele nell’UE è stata di 283.000 tonnellate. La UE non è, tuttavia, autosufficiente e importa circa il 40% del miele da paesi terzi, Cina ed Ucraina su tutte. Come spiegato da un recente rapporto del Copa-Cogeca, sul mercato interno cinese, il miele viene venduto ad un prezzo compreso tra 9,02 e 36,09 €/kg mentre il prezzo all’importazione del miele cinese destinato all’UE è compreso tra 0,90 e 2,71€/kg. Questa differenza di prezzo non può essere spiegata diversamente che da un’aggiunta massiccia di sciroppo di zucchero, dal costo compreso tra 0,45 e 0,54 €/kg. Gli esperti ritengono che il volume totale delle importazioni di “miele” cinese sia costituito al 70% da sciroppo e al 30% da miele. Le miscele con un prezzo superiore a 0,99 €/kg (miele molto diluito con sciroppo) non possono essere rilevate attraverso tecniche ufficiali e quelle più sofisticate non rilevano le miscele con un prezzo superiore a 2,17 €/kg (miele poco diluito con sciroppo). Mentre a partire da 3,16 €/kg non ci siano più tracce di sciroppo nel miele.

La possibilità di un miele prodotto con ‘regole diverse’ è testimoniata anche dalla definizione di miele che in Cina è diversa da quella dell’UE e del Codex Alimentarius. Il miele nella legislazione europea è “una sostanza dolce naturale che le api (Apis mellifera) producono dal nettare di piante che esse bottinano, trasformano, disidratano, immagazzinano e lasciano maturare nei favi dell’alveare”. Ciò implica che non è permesso alcun intervento umano nel processo di maturazione e deumidificazione del miele da parte delle api. Nella definizione cinese di miele, la deumidificazione non viene effettuata dalle api, ma attraverso un processo artificiale di deumidificazione attiva. Tale metodo rende il processo di produzione più veloce e meno costoso ma il prodotto ottenuto è un nettare deumidificato artificialmente e non maturo. Questo metodo di produzione non è conforme agli standard di produzione dell’UE. Inoltre, si stima che una gran parte del miele prodotto in Cina (90%) corrisponda alla definizione cinese di miele, in seguito esportato verso l’UE.

Per non parlare poi del fatto che l’apicoltura è un’attività rispettosa dell’ambiente, perfettamente integrata ad ecosistemi e habitat naturali. Il servizio di impollinazione reso dall’apicoltura in sinergia con gli impollinatori selvatici è fondamentale per l’agricoltura e l’orticoltura in Europa e per la biodiversità. Un suo crollo perciò, non è affatto positivo non solo per il nostro consumo di miele, ma per l’ecosistema nel suo complesso.

Leonardo Panerati