Raccontami una storia logo

Era arrivata la primavera, e fuori si stava d’incanto.

Stavamo sui gradini dell’ingresso, a cuocerci come salamandre nei primi tepori di maggio. Una sigaretta, un caffè – anzi, un “caffesino”, come lo chiamavamo noi, ingobbendo la enne sul palato e schiacciandola contro i denti, come fanno gli spagnoli.

Era Salvo a dire così, quando si affacciava alla porta del nostro ufficetto. Faceva entrare la testa, ci guardava sornione finché non ci accorgevamo di lui, e poi, sicuro della nostra attenzione, esclamava “caffesino?” Lo diceva così, con un punto interrogativo in fondo, ma tanto non era una domanda, era un invito, e nella sua semplicità non prevedeva repliche né rifiuti.

Non so perché lo chiamasse così – forse era un vezzo, o magari un ricordo. C’era ancora molto del suo passato che Salvo non ci raccontava, o che non voleva ricordare.

Però, a pensarci meglio, le cose che voleva che sapessimo ce le raccontava tutte, mentre sul perché chiamasse il caffè “caffesino”, con la enne presa in prestito dagli spagnoli, sono sicuro che non avesse mai speso una parola.

Forse non c’era nessuna spiegazione particolare, magari Salvo voleva solo evocare l’estate incipiente, la spiaggia, i mojito. Forse per lui quella era la Spagna.

Lucia ne era affascinata. Da parte mia, invece, quella enne ingobbita e schiacciata ricordava i colori stemperati e i protagonisti azzimati delle telenovelas sudamericane. Ma forse non era la enne, era proprio Salvo, anzi i suoi baffetti, così incredibilmente neri nonostante il brizzolato dei capelli, così incredibilmente fuori posto nell’enorme faccione da bambino che si affacciava al nostro ufficio e sorrideva sornione finché non lo notavamo, esclamava “caffesino?” e io e Lucia mollavamo le postazioni, l’ennesimo progetto europeo (io), l’ennesima formazione nelle scuole (lei), ci facevamo un caffè e uscivamo a sederci sui gradini dell’ingresso, ticchettando in una tazza che Salvo usava appositamente per questo, sorseggiando il nostro caffesino, e chiacchierando.

In realtà, era Salvo a parlare, noi ascoltavamo. E non parlava tanto con noi, o almeno non con entrambi. Il suo passato, lui, lo raccontava a Lucia.

Splendida, dolcissima, disarmante Lucia, bella da sembrare una modella e talmente posata da farti sentire del tutto a tuo agio non appena ti rivolgeva parola, o anche solo ti guardava. Sempre gentile, sempre disponibile, nonostante tutto il lavoro da fare nelle scuole non rifiutava mai un caffè, una sigaretta, due chiacchiere.

Salvo, da parte sua, illuminava quelle pause come il più galante degli innamorati, quello che sa di non avere una possibilità e nemmeno la cerca, ma ha di fronte una bella persona e cerca di piacerle e di renderle piacevole la giornata. Raccontando, Salvo abbelliva il suo passato, il passato di una Torino degli anni ’80 che di bello aveva ben poco e che noi “forestieri” scoprivamo attraverso i suoi occhi.

Quel suo quartiere, che avevamo sentito nominare mille volte e che si associava subito all’immigrazione dal Sud Italia e alle case popolari. Quel quartiere nato quando c’era il boom, e c’era il lavoro, e c’era da dare una casa a decine di migliaia di persone che arrivavano ogni anno e avrebbero raddoppiato, in poco più di vent’anni, il numero di persone che viveva in città. Non si andò molto per il sottile, e si costruì dove e soprattutto come si poté: le famigliole di contadini, che giù al paesello erano abituate a dormire al massimo sopra una stalla, furono estratte a forza dalle baracche di lamiera in cui si erano sistemate all’arrivo nella grande città e innestate con modi spicci in palazzi di otto, nove, dodici piani. Alcune persone camminarono rasenti ai muri per mesi, prima di azzardarsi ad avvicinarsi a una finestra.

Uno schifo”, dice Salvo, schiacciando la sigaretta nella tazza, “ma almeno c’era il lavoro”.

Da un certo punto in poi, e non era passato poi troppo tempo, non ci fu più nemmeno quello. Neanche il tempo di sistemarli, i figli, di andare in pensione o, meglio ancora, chiudere gli occhi e lasciare questo mondo, che iniziarono i guai. La crisi della FIAT e la crisi della città, centinaia di giovani abbandonati a bruciarsi come pesci sotto un sole che toglieva il respiro, con poche alternative all’eroina e troppe armi ereditate dagli anni di piombo per non usarne almeno un po’.

Quegli occhi che avevano visto le stalle, le lamiere, i palazzi di otto-nove-dodici piani e che sarebbe stato meglio chiudere per tempo, erano rimasti aperti e piangevano guardando i figli disfarsi al sole di un pomeriggio lungo dieci anni e che aveva decimato una generazione e una città.

Chi ne era uscito, e non erano molti, aveva avuto fortuna. “Fortuna e un motivo”, raccontava Salvo, quando aveva voglia di farlo, e cioè spesso. Una figlia, avuta tardi ma ancora in tempo, e tutto quello che ne era venuto dopo: rimettersi in piedi e camminare. Quando parlava della figlia, Lucia interveniva, gli chiedeva di raccontare di più, e la pausa-caffesino diventava lunga, la tazza delle sigarette si riempiva di mozziconi.

Io ero spesso a disagio, mi sembrava di non lavorare abbastanza, che la mia responsabile mi avrebbe ripreso, e quindi rientravo a lavorare lasciandoli lì. Ma a volte, solo a volte, chiudevo gli occhi, li ascoltavo chiacchierare, e mi godevo il sole che scaldava e ancora non bruciava.

Vorrei averlo fatto più spesso.

Era arrivata l’estate, e faceva troppo caldo per stare fuori.

Almeno per me. Lucia aveva finito i moduli nelle scuole, e non ne stava preparando di nuovi. Non era l’unica: in tutta l’associazione, nessuno stava preparando granché. La scure di una nuova crisi aveva tagliato le teste e le mani dell’intero comparto e noi che ci chiamavamo attivisti, invece di reagire, arrancavamo come tanti zombie alla ricerca di cadaveri di altre realtà da spolpare.

Ma forse, col senno di poi, sono ingiusto: nessuno aveva modo di reagire. Tutto intorno a noi stavano strappandosi i nodi di una rete sociale che, se anche non aveva ricostruito la città, le aveva impedito di cadere nell’abisso.

Quell’anno, la fine della scuola aveva confermato le peggiori delle paure. Il rubinetto che aveva mantenuto per anni florida la nostra associazione – né grande né piccola, né bella né brutta, né particolarmente utile né troppo inutile – pagando la sede e gli stipendi si era improvvisamente prosciugato, mollandoci in un deserto arido di cui nessuno vedeva l’uscita. Pareva che a nessuno importassero più le mille, piccole attività di formazione nelle scuole che facevamo: formazione contro il bullismo, e contro il razzismo, e contro la violenza sulle donne, e sull’Unione europea e la mobilità dei giovani, e negli ultimi anni su un po’ tutto quello che veniva finanziato, perché l’attivismo andava bene agli inizi, ma chi aveva fondato l’associazione dieci o quindici anni prima aveva ormai quarant’anni, e mutui e famiglie.

Lucia era stata l’ultima ad arrivare e la prima a smettere di chiedere ai colleghi più anziani cosa iniziare a preparare per il prossimo anno. Aveva ricevuto diversi no che sapevano di disperazione, di inerzia, e di voglia di far fuori una concorrente alle scarse risorse che ci erano rimaste; quanto fossero le proporzioni di quella ricetta, Lucia aveva deciso di non volerlo sapere.

Le rimaneva quindi molto tempo per rispondere alle sempre più richieste proposte di Salvo, che la cercava per parlare, e parlare, e parlare. Parlavano di lavoro, del suo lavoro: Salvo ripeteva a chiunque lo ascoltasse del sostegno che riceveva dai servizi sociali, del costo quasi nullo che aveva sull’associazione come lavoratore svantaggiato, dei soldi dello stipendio che non bastavano mai ma erano comunque tanti per lui, e di quella piccola quotidianità che era la sua, di rete, la rete che quell’associazione e i compiti e le piccole commissioni e Lucia e il caffesino e gli altri colleghi e persino io, che ero un orso stacanovista molto poco incline a rapportarmi con gli altri, rappresentavamo.

Quella rete che per lui non era metaforica, come non era metaforica la possibilità di cadere, anche se lui non vi accennava mai.

In quei mesi d’estate, mi unii raramente a loro.

Una volta, all’apparire del faccione di Salvo e dei suoi baffetti da protagonista di telenovela sudamericana, avevo risposto che faceva troppo caldo per uscire fuori. Lucia mi aveva guardato per un attimo, con i suoi grandi occhi grigi, ma non aveva detto nulla. Forse Salvo non se ne era accorto. La volta successiva, poi, avevo scherzato che senza stipendi – non arrivavano da due mesi, ormai – non potevo più permettermi le sigarette. M’ero subito sentito in colpa nei confronti di Salvo, e avevo abbassato colpevole gli occhi sul monitor, borbottando qualcosa e fingendomi indaffaratissimo finché non li avevo sentiti uscire. Anche quella volta, Lucia non aveva detto nulla.

Fu due settimane dopo, quando ormai facevo ben poche pause nonostante ufficialmente non ci fosse niente da fare in ufficio, che fu Lucia a chiedermi di unirmi a loro, e lo fece che un tono tale che non me la sentii di rifiutare. Attraversammo il corridoio il cui pavimento non veniva lavato ormai da settimane e ci fermammo davanti alla piccola macchinetta del caffè. Un ronzio, e il liquido nero iniziò a sgorgare. Un secondo ronzio, e anche la seconda tazzina fu piena. Ancora un ronzio, una terza tazzina, e non avevamo ancora detto una parola. Fu solo all’uscita, mentre mi accendevo una sigaretta, che Salvo mi chiese.

«E allora?»

E allora.

E allora, da due mesi stavo lavorando a due progetti europei con alcuni dei colleghi, un gruppetto molto ristretto che pensava che l’associazione andasse riformata completamente, e che tutti i bei discorsi sull’inclusione fossero belli, appunto, sì, ma qui si trattava di mantenere le famiglie, e pagare il mutuo, e a quarant’anni a me chi mi riassume?

Io quarant’anni non ne avevo, mutuo e famiglia nemmeno, però per la prima volta non mi trattavano come un ragazzino e mi avevano dato da scrivere due progetti, da solo, e io mi ci ero buttato, con la fame dei vent’anni, la fame di voler fare qualcosa, la fame di voler dimostrare qualcosa, la fame di qualcosa, qualunque cosa. Dietro la fame, più forte, più determinata, c’era la paura. Non per me, non per loro, ma di loro: paura di quei colleghi più vecchi di appena una decina d’anni ma già “fuori mercato”, appesi dalla crisi ad avvizzire al sole. Sapevano che, quando il motore dell’economia sarebbe ripartito, di lì a 5, o magari 7 anni, sarebbero stati completamente spazzati via da ragazzini più giovani me, freschi freschi di laurea, di inglese e di informatica, contratti-capestro senza diritti e tanto pedalare. E quell’ansia che gli leggevo negli occhi mentre si dibattevano come pesci in cerca d’aria sul pontile infuocato di un porto aveva contagiato anche me, perché volevo imparare a respirare all’aria prima di morire bruciato.

Prima di finire sconfitto, come loro.

Ero contento che questo gruppetto avesse deciso di includermi nel piano, perché mi dava qualcosa da fare per imparare a respirare. E questo gruppetto aveva deciso di non includere Lucia perché di formatrici ne avevamo già due, e io non ne ero contento ma mi stava bene perché sapevo già che a lei non importava, e però il gruppetto non aveva ancora deciso se tenere o meno Salvo, e io non sapevo se questo mi stava bene o no, o forse avevano già deciso di non tenerlo ma non me lo aveva comunicato anche se io lo avevo capito benissimo e loro sapevano altrettanto bene che io l’avevo capito, e ogni crisi pare non faccia altro se non sbatterci davanti chi siamo veramente, se persone che vivono sopra una stalla o in palazzo di dodici piani, se drogati o rapinatori o entrambi, se persone che all’associazionismo ci credono o persone che l’associazionismo lo fanno.

«E allora», mi aveva chiesto Salvo, e c’era tutto questo in quella domanda.

«E allora»,, risposi, «non lo so», dissi, ed era vero, in fondo non lo sapevo, non sapevo se ci saremmo salvati né come né che fine avremmo fatto io lui Lucia e tutti, se la rete che teneva in piedi la città non fosse la stessa che catturava noi pesciolini e ci impediva di scappare, se avremmo o meno imparato a respirare, se davvero ne valeva la pena, di respirare in questo mondo di merda fuori dall’acqua.

Era arrivato l’autunno, anche se ancora non pioveva.

Le scuole erano iniziate senza di noi, e senza di noi andavano avanti. Forse un po’ meno bene, forse eravamo un altro dei nodi della rete di sicurezza della città che era saltato, e forse se ne sarebbero accorti troppo tardi. Chissà, forse ne era saltato uno, e ne erano nel frattempo nati altri due un po’ più in là.

Non da noi, comunque. Il gruppetto ristretto aveva fallito e si era rapidamente perso di vista. Nessuno aveva voglia di sapere se agli altri andasse male, per non deprimersi, o bene, per non divorarsi di invidia. Io, che alla fine non avevo quarant’anni né un mutuo ma avevo inglese, informatica e contratti-capestro dalla mia, avevo trovato un nuovo lavoro. Mi barcamenavo, più o meno.

Lucia no, non si barcamenava: finito il contratto aveva semplicemente smesso di venire in ufficio, così, da un giorno all’altro, e a nessuno era importato granché. Dopo l’estate era emigrata a Lione dalla sorella. La sentivo solo ogni tanto su whatsapp. Sembrava stare bene.

Neanche Salvo si barcamenava, non aveva trovato lavoro, non era emigrato, e per quanto ne so con la sorella non parlava già da anni. Dai buchi che si aprivano nella rete, ogni tanto qualcuno cadeva giù, e la città sembrava non accorgersene neanche, anche se di queste perdite rimanevano delle tracce, delle cicatrici, degli sfregi, delle mani tese nelle vie dello struscio, delle teste appoggiate sulle panchine, delle vetrine abbandonate.

Ogni tanto passavo davanti alla nostra, di vetrina, mentre andavo al nuovo lavoro, ma più spesso facevo un’altra strada, perché anche se non ancora non pioveva l’autunno era ormai prossimo, le foglie secche si accumulavano davanti all’ingresso, la tazza con i mozziconi era sparita, portata via da chissà chi chissà quando, e i gradini erano così sporchi che Salvo ci sarebbe impazzito, e tutto quello che era stata quella breve estate era sparito, e forse avevamo imparato a respirare, o forse eravamo sgusciati via dalla rete, ma non tutti noi, non tutti.