Il modo più semplice calarsi nel ruolo e nelle sensazioni degli stranieri è, probabilmente, quello di trovarsi vestire gli stessi panni, cosa che può capitare a molti degli occidentali che varcano il suolo giapponese. Ogni persona ha un modo differente di vivere e vedere la realtà che la circonda, eppure alcuni fatti paiono essere oggettivi, come la riluttanza del popolo nipponico nello stare a stretto contatto con qualsivoglia turista proveniente dal west.
La mentalità giapponese sembra essere permeata di imbarazzo e ritrosia quando si tratta di condividere il sedile della carrozza di un treno della metropolitana con uno straniero, oppure quando si aspetta il primo Shinkansen in arrivo al binario o, ancora, quando sarebbe utile sforzarsi di pronunciare qualche parola nell’ormai semi globale inglese, per ringraziare i clienti del proprio negozio.
Del resto, questo atteggiamento non dovrebbe essere estraneo a chiunque abiti l’Italia, paese ancora largamente privo di integrazione razziale, per ragioni sia storiche che culturali. Qualsiasi turista dall’indole appena aperta e recettiva verso le popolazioni del globo, non tarderà a notare il parallelismo che vi è fra i comportamenti degli amici nipponici ed italici.
In un autobus cittadino, non sarà raro vedere gli autoctoni scartare la seduta al fianco di qualcuno di etnia diversa dalla propria o qualche commerciante che non fa alcuno sforzo per far sentire a proprio agio un suo cliente proveniente da qualche altro paese del mondo.

L’aspetto fin troppo svalutato quando si intraprende un viaggio all’estero, verso una cultura così differente dalla propria, è la possibilità di assimilare non solo le cose belle che si scoprono, ma anche di ritrovare difetti della società di origine che si riflettono su di noi, dandoci la possibilità di imparare da essi.

È proprio da queste esperienze che possiamo riscoprire il meglio dentro a noi stessi. Trovarsi nella medesima situazione in cui vivono, o involontariamente facciamo vivere, gli stranieri che abitano nel nostro paese, può far si che anche chi soffriva di quel brutto male chiamato intolleranza, scorga dentro di sé la forza di comprendere le difficoltà che capitano chi va ad abitare un paese poco aperto ad accoglierlo, di capire che sentirsi discriminati solo perché si ha una determinata nazionalità, è svilente per tutta la razza umana.
È così più semplice percepire quanto disagio possa portare l’essere persone oneste giudicate solo in base alla propria cultura o alla propria provenienza e quanto sia facile cadere nello sbaglio di chiudersi in piccole comunità, come conseguenza dell’essere poco rispettati o capiti in un paese che non è il proprio. Farsi cucire addosso i panni del discriminato non è un’esperienza piacevole, è un qualcosa che porta a riflettere, una doccia fredda che abbatte i confini nazionali e culturali e fa immediatamente sentire chiunque vicino agli stranieri che si trasferiscono in Italia e che vengono spesso evitati, sebbene stiano semplicemente cercando di vivere una vita onesta nel luogo che non li ha visti nascere.

È questo, quindi, il pensiero che mi ha accompagnata fra le strade di Tokyo, Osaka o Kagoshima, chiedendomi come si sentirebbe l’italiano medio a ricevere lo stesso trattamento che, solitamente, riserva a chi “viene a rubarci il lavoro”; incapace di mal considerare un paese così lontano ma che sembra avere, dietro le gentilezze e le diverse tradizioni, comportamenti così simili a quelli della nostra cara e vecchia Italia.

Giorgia Santini