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EDITORIALE

​​L’Arbre Magique, quella sagoma di cartone a forma di pino che, di certo, avete visto almeno una volta nella vita attaccata allo specchietto retrovisore di una macchina, è un deodorante per ambiente specifico per le autovetture, inventato nel 1952 a Watertown, New York, dall’imprenditore svizzero canadese Julius Sämann. Fa parte del nostro paesaggio visivo e da lui ci aspettiamo soltanto che profumi. Pensate invece di vederne tantissimi attaccati a un muro, di avvicinarvi, e scoprire che non profumano affatto, ma che ognuno ha stampata sopra l’immagine di un albero crollato sopra macchine parcheggiate. State guardando Le nostre radici, un’opera del duo artistico Vaste Programme (Giulia Vigna, 1992 e Leonardo Magrelli, 1989) che, senza tanti giri di parole, ci mette semplicemente davanti a un dato di fatto: è successo e succede ancora, l’uomo consuma la Terra, la Terra muore e noi con lei, nelle nostre macchine profumate artificialmente.

In questi giorni di terribile devastazione, quando all’improvviso il climate change non può essere più chiamato “brutto tempo”, quando diventa evidente che il consumo di suolo – tra le prime cause di dissesto idrogeologico – deve essere fermato, mentre si spala via il fango dal Teatro Rossini di Lugo (1758), si contano i danni dell’Abbazia del Monte di Cesena (IX secolo), a Faenza si aspetta che si asciughino i libri della Biblioteca Manfrediana (1797) per vedere cosa salvare, 300 studenti aiutano il parroco della Chiesa di San Francesco (1271) e il Museo Carlo Zauli attiva una raccolta fondi per i restauri, il titolo dell’opera di Vaste Programme risuona in modo potente: le nostre radici sono importanti. Quelle degli alberi che aiutano e trattengono la terra, quelle culturali che non devono andare perdute.

In questa centocinquantottesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, nella sezione dedicata ai RACCONTI trovate un testo di Mariasole Garacci, storica dell’arte e contributor di MicroMega, Artribune ed Exibart, dedicato alla mostra Dosso Dossi. Il fregio di Enea alla Galleria Borghese di Roma; Guido Furbesco, giornalista di The Good Life Italia, con un racconto dedicato alla mostra di Shimabuku. Me, We in corso da Museion a Bolzano; e infine un estratto di un testo di Eve Arnold pubblicato nel catalogo della mostra della mostra Eve Arnold. L’opera 1950-1980 in corso da CAMERA a Torino fino al prossimo 4 giugno.

Nella parte dedicata ai VIDEO vi proponiamo un racconto per immagini della mostra Perfect Behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo in corso da OGR Torino e il backstage della mostra di Davide Rivalta. Sogni di Gloria, appena aperta al Castello di Brescia.

Tra gli EXTRA segnaliamo le aperture serali di Palazzo Bentivoglio a Bologna con l’opera Life Time di Ugo Rondinone; l’ultima giornata di BOOKS Festival del libro d’arte a Bologna; e la mostra The Mountain of Advanced Dreams, progetto artistico della piattaforma Mali Weil al Museo Nazionale della Montagna “Duca Degli Abruzzi – CAI Torino”.

Buona lettura.

Lo staff di Lara Facco P&C

#TeamLara

Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com

TELESCOPE. Racconti da lontano

Ideato e diretto da Lara Facco

Editoriale e testi a cura di Annalisa Inzana

Ricerca ed editing Camilla Capponi, Alberto Fabbiano, Martina Fornasaro, Marianita Santarossa, Claudia Santrolli, Denise Solenghi, Carlotta Verrone, con la collaborazione di Margherita Animelli, Nicolò Fiammetti, Andrea Gardenghi, Anna Pascale, Silvia Pastoricchio, Alessandro Ulleri, Margherita Villani e Marta Zanichelli.

domenica 28 maggio 2023


RACCONTI

Dosso Dossi, mago pittore. Il Fregio di Enea alla Galleria Borghese di Roma, di Mariasole Garacci

Riscoprire un’opera d’arte che da secoli si riteneva perduta è come poter visitare un luogo leggendario che si pensava esistere ormai solo nella memoria, oppure come essere rapiti da un incantesimo e trasportati indietro nel tempo, per trovarsi circondati da immagini e sensazioni reali e percepibili in un’altra epoca. Immaginate una singola stanza delle meraviglie, una volta famosa in tutte le corti europee, che racchiudeva un mondo fantasmagorico popolato di figure da favola, tra fronde verdi che si infiammano d’oro sullo sfondo di cieli turchesi, mentre nuvole cariche di elettricità si addensano all’orizzonte. Si tratta del celebre camerino d’alabastro di Alfonso I d’Este, duca di Ferrara. A decorarlo, i Baccanali di Giovanni Bellini e di Tiziano, oggi alla National Gallery di Washington, il Bacco e Arianna di Tiziano ora a Londra, gli Andrii e l’Omaggio a Venere, entrambi di Tiziano, ora al Prado. Ma anche, smembrato per secoli e oggi riunito quasi interamente, un magnifico fregio dipinto su tela composto da una decina di episodi dell’Eneide dipinti da Dosso Dossi tra il 1520 e 1521, il cui tema epico è condotto con l’inconfondibile estro, le eccentriche composizioni e il formidabile colorismo giorgionesco del grande pittore lombardo.

In seguito alla Devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio (1598) quando, morto Alfonso II d’Este senza eredi, il papa Clemente VIII si era annesso il ducato scatenando gli appetiti collezionistici dei porporati romani, si può dire che da quella sola stanza siano arrivati nella capitale, con le opere d’arte, anche Ferrara e Venezia. Nel 1608, il vorace cardinale Scipione Borghese riuscì ad appropriarsi delle tele virgiliane di Dosso Dossi; da allora fino alla fine del Settecento, sono elencate, sebbene in modo impreciso, in diversi inventari della collezione Borghese. Ma al tempo della monografica sul pittore del 1998-1999, se ne conoscevano con certezza solo tre, conservate a Birmingham, Ottawa e Washington. Nei vent’anni successivi, quattro delle tele mancanti sono ricomparse da collezioni private (di cui una a Roma), una quinta è stata acquisita dal Museo del Prado di Madrid, mentre un’altra è stata riconosciuta come altra metà di quella di Washington, portando a sette il totale dei dipinti oggi noti.

Cinque di questi sono ora esposti, fino all’11 giugno 2023, in una mostra alla Galleria Borghese a cura di Marina Minozzi, la prima mai dedicata a questo ciclo, grazie alla collaborazione con il Louvre Abu Dhabi, la National Gallery of Art di Washington D.C. e il Museo del Prado di Madrid. È la conclusione ideale di una serie di progetti curatoriali dedicati dalla direttrice Francesca Cappelletti al tema del paesaggio, destinato a diventare un genere autonomo nella storia dell’arte del XVII secolo anche per impulso degli artisti veneziani, emiliani e lombardi, e che nel fregio di Enea mostra la sua audace prevalenza sullo stesso tema mitologico: come racconta Peter Humfrey nel saggio in catalogo, Dosso Dossi conduce la narrazione del poema con grande libertà, talvolta ignorando volutamente l’ambientazione classica e l’unità di tempo e di luogo, dando importanza a figure apparentemente secondarie, slanciandosi in raffigurazioni ispirate a Hieronymus Bosch, immergendo gli episodi virgiliani in un’incantevole e avventurosa atmosfera che ci conduce da paesaggi arcadici a mostruosità infernali, in compagnia di personaggi vestiti in fogge da pseudo-antiche a esotiche e bizzarre, con un’inventiva pittorica inesauribile e affascinante. Materia incandescente sotto il pennello di un mago pittore, demiurgo di altri mondi da riscoprire.

Crediti: Dosso Dossi. Il fregio di Enea, Ph. A. Novelli © Galleria Borghese; Dosso Dossi. Il fregio di Enea – Installation view con Melissa, Ph. A. Novelli © Galleria Borghese; Dosso Dossi. Il fregio di EneaArrivo dei Troiani alle isole Strofadi e Attacco delle Arpie, Ph. A. Novelli © Galleria Borghese;  Dosso Dossi. Il fregio di Enea – Installation view con Apollo e Dafne – Ph. A. Novelli © Galleria Borghese


Una mostra bella, di Guido Furbesco

Esco dalle porte del Museion e mentre cammino verso il centro della città mi percepisco di buon umore. In uno stato di riappacificazione, diciamo. Ripensando alle opere di Shimabuku, a quanto lui stesso scrive nelle didascalie che le accompagnano, sorrido. Secondo categorie che alla fine vogliono dire poco, le mostre ci appaiono “belle”, “brutte”, “interessanti”, “difficili” e via discorrendo. Questa, di mostra, è senza ombra di dubbio “bella”: di un “bello” speciale, che mette subito d’accordo tutti quelli che sono venuti oggi a Bolzano per visitarla in anteprima. «Ti fa sentire meglio», aggiungo io, a chi mi chiede un parere. Perché? In un mondo (in un ambiente) dove spesso l’umiltà non è di casa, Shimabuku svela i suoi più intimi moti dell’animo in un afflato di condivisione che ci coinvolge per immediatezza e sincerità (non è un caso che la mostra si intitoli Me, We, e non è un caso che lui, durante la presentazione, si sia commosso, ma commosso davvero). Non poteva che essere giapponese, Shimabuku (nato a Kobe nel 1969), con quel suo stupore delicato, liricamente divertito. Sentite: «Nel 1972 un gruppo di macachi giapponesi fu trasferito dalle montagne di Kyoto nel deserto del Texas. Alla fine del 2016 sono andato a trovarle. Dopo aver trascorso insieme qualche giorno sotto il sole, ho deciso di realizzare per loro una montagna di ghiaccio. Ho riempito la macchina di sacchetti contenenti del ghiaccio. E mi sono chiesto: si ricorderanno delle montagne innevate?». Quanto avvenuto con le scimmie nella canicola texana è ora ricordato (fino al 3 settembre) in questa che è la più completa “antologica” a lui dedicata. Lo osserviamo mentre prepara sottaceti in Inghilterra, facciamo la conoscenza di scatole parlanti, contempliamo una fotografia che indossa stivali per la pioggia (sì, una stampa fotografica in piedi su un paio di stivali). A commento di un altro progetto, l’artista scrive: «Pesce e patata, un incontro tra mare e terra. Nelle città inglesi ci sono ovunque cartelli di fish & chips e per me è come se queste città traboccassero di una poesia bella e semplice. Un giorno ho voluto fare una mia versione di questi fish & chips: a Liverpool, ho fatto un film su una patata che nuota per incontrare un pesce». È il fantastico mondo di Shimabuku. E noi siamo felici di averlo frequentato un po’.

Crediti: Shimabuku. Me, We, Installation view, Museion 2023 ©Luca Guadagnini


Film Journal, di Eve Arnold*

La mia intesa professionale con Marilyn è stata utile a entrambe. Lei adorava posare per la macchina fotografica, e il suo modo per raggiungere la celebrità – e mantenerla – era rimanere il più a lungo possibile sotto gli occhi del pubblico. Allora che cosa c’era di meglio di un servizio fotografico, che nelle riviste riempiva molte più pagine di un semplice articolo? Non dimentichiamo che eravamo alla fine degli anni Quaranta e all’inizio dei Cinquanta, uno dei momenti di maggior successo per le riviste illustrate, prima dell’avvento della televisione.

Per me era una gioia fotografarla, e man mano che la sua fama cresceva le sue foto occupavano sulle riviste un maggior numero di pagine; inoltre far parte della sua cerchia mi faceva guadagnare un certo prestigio agli occhi dei redattori.

Quando andai da lei la prima volta, aveva verificato che ero un membro della prestigiosa agenzia fotografica Magnum Photos, con uffici a New York e Parigi e agenti che distribuivano il nostro materiale in tutto il mondo. Dato che possedevo i diritti d’autore, un servizio realizzato per una rivista americana come “Esquire” o “Life” poteva significare anche distribuzione all’estero. Le piaceva molto l’idea che da un’unica sessione fotografica potessero nascere molteplici pubblicazioni.

Il nostro rapporto di do ut des, basato sul vantaggio reciproco, si trasformò in amicizia. Il legame che ci univa ruotava tutto intorno alla fotografia. Le mie foto le piacevano ed era abbastanza arguta da capire che rappresentavano un modo nuovo di ritrarla, uno sguardo più rilassato e intimo rispetto ai ritratti in posa cui era stata abituata negli studi di Hollywood. Non ho mai conosciuto nessuno che avesse neanche lontanamente la naturale capacità di Marilyn di “sfruttare” sia il fotografo che la macchina fotografica. Poiché eravamo entrambe inesperte e non sapevamo bene cosa era meglio evitare, improvvisavamo e facevamo in modo che ne uscisse un buon prodotto. Nel corso degli anni ho capito che la mia era una posizione privilegiata: Marilyn non aveva semplicemente un dono per la macchina fotografica come avevo pensato all’inizio, era un vero genio della fotografia.

*estratto da un testo di Eve Arnold in Eve Arnold. Film Journal (Bloomsbury, London 2002, pp.56-57) © Eve Arnold Estate, pubblicato nel catalogo della mostra Eve Arnold. L’opera 1950-1980 in corso da CAMERA a Torino fino al 4 giugno 2023.

Crediti: Eve Arnold. L’opera 1950-1980, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, installation view. Ph. Antonio Jordán


VIDEO

Comportamenti perfetti

Si intitola Perfect Behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo la mostra in corso alle OGR Torino, a cura di Giorgio Olivero, che con molta lucidità ci offre un’indagine su come sono cambiati comportamenti individuali e collettivi in una società in cui siamo costantemente classificati, misurati, simulati e riprogrammati. Fino al 25 giugno le opere di Universal Everything, Paolo Cirio, Eva e Franco Mattes, Brent Watanabe, Geumhyung Jeong e James Bridle – di cui vi offriamo un breve assaggio video – vogliono restituire al visitatore narrazioni alternative al determinismo tecnologico dominante, contribuendo a rendere visibile ciò che è invisibile, ossia come l’intelligenza artificiale non sia una potente creatura autonoma ma uno strumento di misurazione delle interazioni, nelle mani di qualcuno.

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Crediti immagine: Perfect Behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo,  2023. Installation views at OGR Torino. Ph. Andrea Rossetti for OGR Torino. Courtesy OGR Torino Crediti video: Perfect Behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo, 2023. Courtesy OGR Torino


Primati

Sono quattordici, sono di bronzo e sono imponenti: dal 26 maggio le aree verdi del Castello di Brescia accolgono le sculture monumentali di Davide Rivalta (Bologna, 1974) protagoniste della mostra Sogni di gloria, a cura di Davide Ferri – promossa da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Alleanza Cultura, e realizzata in collaborazione con la XVII edizione di Meccaniche della Meraviglia – che invita il pubblico a una passeggiata a cielo aperto alla scoperta di uno dei più affascinanti complessi fortificati d’Italia, il secondo più grande d’Europa. In quegli spazi che, tra il 1912 e il 1988, ospitarono anche il Giardino Zoologico, gorilla che sfiorano i tre metri di altezza, gruppi di scimpanzé e di babbuini, e un orangutan riproducono animali incontrati e fotografati dall’artista in parchi e giardini zoologici: corpi in cattività, sradicati dal loro ambiente naturale, a cui Rivalta restituisce libertà, dignità e vita in un nuovo contesto, il paesaggio antropizzato che diventa il territorio dell’animale. In questo video vi offriamo un racconto del making of della mostra.

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Crediti immagine: Davide Rivalta, Sogni di gloria, installation shot. Photo credit: Ela Bialkowska OKNO Studi Crediti video: Davide Rivalta, Sogni di gloria. Credit: Simone Rigamonti. Courtesy: Fondazione Brescia Musei


EXTRA

Life time

Oggi domenica 28 maggio, e ogni fine settimana fino a domenica 11 giugno alle 20.30, Palazzo Bentivoglio a Bologna apre il suo giardino invitando il pubblico a scoprire una delle acquisizioni più recenti della sua collezione: Life Time (2019) di Ugo Rondinone (Brunnen, 1964), una scritta arcobaleno collocata sopra la vasca d’acqua a metà della corte, un’apparizione luminosa che evoca il tempo di una vita, e introduce nel giardino un elemento poetico festoso ma perentorio. Durante le aperture serali l’opera è accompagnata da un paesaggio sonoro composto da registrazioni di componimenti del poeta, performer e attivista John Giorno (New York, 1936 – 2019), marito dell’artista; del resto, If art is the great synthesizer, poetry is the ultimate analyzer, disse Rondinone in un’intervista anni fa, dichiarando come l’uso delle parole nelle sue opere d’arte fosse debitore alla poesia.

Crediti: Ugo Rondinone, Life Time, 2019, Palazzo Bentivoglio, Bologna ph. Carlo Favero


BOOKS. Libri d’artista a Bologna

La prima edizione di BOOKS Festival del libro d’arte a Bologna, a cura di Danilo Montanari e Lorenzo Balbi, termina oggi domenica 28 maggio 2023, ma dalle 10.00 alle 19.00 è ancora possibile perdersi nella Sala delle Ciminiere del MAMbo, che ospita 36 espositori con progetti sul libro d’arte: una fiera che non ha stand, ma tavoli di approfondimento con un numero limitato di titoli, e ospita 10 focus dedicati ai libri d’artista di Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani e Mario Diacono, Paolo Ventura, Luigi Ghirri durante la sua attività di artista e fotografo, i libri di Daniela Comani, una selezione della produzione di Jacopo Benassi, una presentazione della produzione editoriale di Maurizio Nannucci, un omaggio postumo all’artista Irma Blank, Xing con i dischi d’artista Xong e un ulteriore approfondimento su Giorgio Maffei e i libri da lui dedicati alla produzione di grandi maestri contemporanei. L’evento, parte di Bologna Portici Festival Heritage meets Creativity, si avvale di un comitato scientifico composto da Silvia Alessandri, Mario Diacono, Liliana Dematteis e Giovanna Pesci, e intende posizionarsi in un segmento non alternativo al fenomeno delle fiere, ma che proponga il libro come medium di contenuti, conoscenza e scambio culturale. Tutto il programma su www.mambo-bologna.org

Crediti: Paolo Ventura


Una montagna di sogni

Fino al 17 settembre il Museo Nazionale della Montagna Duca Degli Abruzzi – CAI Torino ospita la mostra The Mountain of Advanced Dreams a cura di Andrea Lerda, un progetto artistico della piattaforma Mali Weil, vincitore della X edizione di Italian Council, programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il progetto – prodotto da Centrale Fies, Dro e Mali Weil, con Bunker – Ljubljana (SL) e Festspillene i Nord-Norge – Harstad (NO), finanziato dal programma Culture Moves Europe dell’Unione Europea, con il supporto della Provincia Autonoma di Trento e Fondazione Caritro – riflette sulla possibilità di immaginare interazioni diverse tra esseri viventi, per riscrivere la cartografia politica delle relazioni tra uomini e other than human. The Mountain of Advanced Dreams, che entrerà nella collezione del MADRE di Napoli, vede impegnate scienze e discipline umanistiche, arti visive e applicate, e nasce da una relazione al centro dell’immaginario politico e narrativo dell’Occidente, quella tra esseri umani e lupi. A partire da questo atavico conflitto, il progetto attraversa temi filosofici, legali, biologici e narrativi, dando vita a una nuova cosmologia fondata su concetti di forestazione, diplomazia, reciprocità e co-evoluzione.