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TELESCOPE | racconti da lontano #172

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<strong>TELESCOPE | racconti da lontano #172</strong>
    EDITORIALE Se siete dei romani in viaggio a Kyoto e vi dovesse capitare di passare per Koromonodara-dori, la Face House realizzata nel 1974 dall’architetto Kazumasa Yamashita per un graphic designer, probabilmente vi farà pensare all’ingresso di Palazzo Zuccari (1539 – 1609) su via Gregoriana, la cui porta è la bocca aperta di un gigante dall’espressione non proprio rassicurante. Il palazzetto, noto anche come la casa dei mostri, venne realizzato alla fine del XVI secolo dall’artista Federico Zuccari, che quasi si rovinò per portare a termine i lavori (ma questa è un’altra storia). Tuttavia, il palazzetto giapponese e quello romano sono un semplice spunto per parlare di un altro fenomeno, di cui probabilmente siamo tutti stati protagonisti almeno una volta nella vita, la pareidolia (dal greco εἴδωλον èidōlon, immagine, e παρά parà, vicino), ossia l’illusione subcosciente che riconduce a forme note oggetti, profili naturali o artificiali, causata dalla necessità del nostro cervello di semplificare ciò che vediamo. Ecco allora che la facciata di una villetta sembra avere gli occhi e la bocca, i panni colorati nella lavatrice sembrano una linguaccia, la bruciatura di un toast diventa il volto della Madonna (venduto per cifre astronomiche su eBay, storia vera), tra le venature del marmo di una colonna compare il ritratto di un prelato. Se in passato questo genere di visioni erano associate alla psicosi, oggi invece sono molto studiate e dimostrano come sia una dote diffusa nella maggior parte degli esseri umani. La pareidolia è ciò che oggi ci consente di trasmettere stati d’animo attraverso le emoticon e sta alla base di una delle invenzioni grafiche più longeve di sempre, lo Smile inventato nel 1963 da Harvey Ball.Avrai sempre bisogno di qualcuno che ti sorrida, anche se si tratta della tua lavatrice. In questa centosettantaduesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, tra i RACCONTI trovate un estratto dal testo sul Romanticismo tedesco dello scrittore e saggista Antonio Rollo, pubblicato nel catalogo della 27 edizione di Festivaletteratura di Mantova; un estratto dal testo critico di Andrea Viliani e Lorenzo Respi per la mostra Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà organizzata da Fendi in collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro al Palazzo della Civiltà Italiana a Roma; una riflessione di Guido Furbesco, contributor per La Stampa ed Executive Editor di The Good Life Italia, sulla mostra Sogni di Gloria di Davide Rivalta nei giardini del Castello di Brescia.Tra i VIDEO, invece, presentiamo una clip del lungometraggio di animazione Invelle (Nowhere) di Simone Massi, in concorso nella sezione Orizzonti dell’80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, e un reel della mostra Home di Vivian Suter in corso alla GAMeC di Bergamo.Infine, tra gli EXTRA segnaliamo mutating bodies, imploding stars, la mostra collettiva a cura di Samuele Piazza alle OGR Torino; la partecipazione della Fondazione In Between Art Film a Floating Cinema – Unknown Waters, il festival di cinema all’aperto su piattaforme flottanti in laguna; e Panorama L’Aquila, terza edizione del progetto promosso dal consorzio di gallerie d’arte ITALICS, che porta l’arte contemporanea, moderna e antica tra le strade e i palazzi del capoluogo abruzzese. Buona lettura!Lo staff di Lara Facco P&C#TeamLara Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com TELESCOPE. Racconti da lontanoIdeato e diretto da Lara FaccoEditoriale e testi a cura di Annalisa InzanaRicerca ed editing Camilla Capponi, Alberto Fabbiano, Martina Fornasaro, Marianita Santarossa, Claudia Santrolli, Denise Solenghi, Alessandro Ulleri, Carlotta Verrone, con la collaborazione di Margherita Animelli, Michela Colombo, Nicolò Fiammetti, Andrea Gardenghi, Margherita Villani, Victoria Weston e Marta Zanichelli. domenica 3 settembre 2023RACCONTI   Noi, quelli che passano 1794-1806. Jena, giovinezza del mondo, di Alberto Rollo* “Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma, dove il meriggio perde la sua afa, il tuono la sua voce e il mare che freme e spumeggia assomiglia all’onde di un campo di grano.” L’uno, il tutto, la natura, l’eterno. Così scrive Iperione a Bellarmino, e per quanto Friedrich Hölderlin sia, in fondo, il poeta meno integrato ci consente di aprire il sipario su Jena, Turingia, nell’ultimo decennio del Settecento. Il Romanticismo comincia qui, con i giovani che per Jena passano, come fosse uno snodo geografico e dell’anima. Fino ad allora l’Europa era stata francese, rivoluzionaria, neoclassica e illuminista–sturmisch senza dubbio, ma non romantica. Rousseau è lontano, la rivoluzione dell’89 è lontana, ed ecco che arriva questa ventata nuova, potente. Intercettarla non è difficile: fra abitazioni quasi concepite per ricevere, aule di università, conferenze e letture si muove uno spirito nuovo. C’è il recente lascito di Kant, certo. C’è Goethe, eccome. C’è Hegel, che preme. E c’è Napoleone che si aggira per l’Europa. Ci sono insomma grandezze che tuttavia non ci impediscono di ravvisare la centralità di un luogo e di un manipolo di poeti e filosofi che in uno sfolgorio di giovinezza, immaginazione e genialità si inventano una nuova Europa, che parla tedesco, un Romanticismo senza romanticherie, che parla tedesco, una prospettiva universale che sente, in tedesco, il coraggio dei poeti e la sognante transitorietà degli umani, il “noi, quelli che passano”-die Vergängliche, ed è ancora Hölderlin a suggerire l’immagine.C’è, in quella stagione velocissima un convergere di intenzioni, di illuminazioni, di caratteri che, anche soltanto a una visione dall’alto, lascia senza fiato; anche perché, come si è detto, tutto sembra accadere dentro i confini di una piccola città universitaria, che gode di ottima fama e risente dei benefici umori della non lontana Weimar, ma che resta per l’appunto una città di provincia. Non è un caso che questa stagione si concluda con una battaglia che ne assorbe il toponimo per siglare l’apice della sapienza strategico-militare di Napoleone.Hegel, costretto a riparare in una pensione appena fuori città, assiste al saccheggio di Jena e al collasso dell’esercito prussiano: ha appena inviato il manoscritto della Fenomenologia dello spirito al suo editore di Bamberga. Due marcatempo incisi sulla partitura della storia e della cultura europea. Ma ora è bene tornare indietro, articolare il racconto di quella città diventata “battaglia”, seguire i sussulti delle giovani menti che hanno appena finito di lasciarvi un segno.* estratto dal testo dedicato al Romanticismo tedesco realizzato dallo scrittore, saggista e critico letterario Alberto Rollo per il catalogo della 27° edizione di Festivaletteratura che si terrà a Mantova dal 6 al 10 settembre 2023. Crediti: ©Festivaletteratura Reale o archetipica? Archeologia o futurologia? Sculture che progettano il passato e tramandano il futuro, di Lorenzo Respi e Andrea Viliani* Nel 2011 si conclude la costruzione dell’ambiente Ingresso nel labirinto, avviato nel 1995 e dedicato alla mitica Epopea di Gilgames: Pomodoro identifica nel “labirinto” – spazio-tempo sotterraneo alla sua Fondazione milanese – il cronotopo generativo per eccellenza delle sue opere, la soglia ctonia sulla quale porsi per prendere parte alla loro genesi e al loro sviluppo.In questo luogo e momento del vagare e del perdersi o, come il teatro, della mitopoiesi e dell’affabulazione, l’artista contempla l’insopprimibile bisogno umano di fondare e condividere storie e immaginari, in cui i riferimenti sono fra loro inestricabili, un palinsesto ininterrotto di memorie e visioni in cui si sovrascrivono civiltà millenarie e recenti, storiche e fantastiche… Citando dai testi e dai riferimenti dell’artista o dei critici che ne hanno scritto prima di noi, civiltà come quelle assira, azteca, babilonese, biblica, buddista, cretese e minoica, egizia, greco-romana, induista, persiana, le culture sahariane e subsahariane, sumera, taoista, yemenita, o procedendo lungo un percorso che congiunge fra loro il Rinascimento italiano a città contemporanee, “da Tokyo a New York”[i], fino a quelle che con Italo Calvino – nei racconti del suo ipotetico Marco Polo al suo altrettanto ipotetico Kublai Khan – potremmo definire “città invisibili”[ii] (ancora più affini a Pomodoro delle Piazze d’Italia della Metafisica italiana)[iii]. Su queste memorie e visioni multiple Pomodoro modella un universo alieno, o forse sarebbe meglio dire un multiverso quantistico, in cui la storia si piega su se stessa rivelando le sue intricate occorrenze e variabili, una storia che è sia reale che archetipica, che è stata o che avrebbe potuto essere, o che forse sarà, e che appartiene per questo, in ultima istanza, tanto alla dimensione critica che a quella narrativa, così come essa è riferibile tanto all’archeologia quanto alla futurologia.Ispirato al Labirinto e alla sua pratica innamorata del teatro – e comprendendo per la prima volta anche l’esposizione dell’Archivio dell’artista – il progetto di rendere il Palazzo della Civiltà Italiana un Grande Teatro delle Civiltà induce ad accettare le conseguenze di tutti i produttivi controcanti che hanno animato la ricerca di Pomodoro, per mettervi in scena un percorso critico e narrativo in cui sia possibile – nel presente circolare e potenzialmente senza inizio e senza fine della mostra – riposizionare le coordinate spazio-temporali e il rapporto non più escludente ma inclusivo fra categorie opposte, e quindi disporsi al paradosso di poter progettare non più il futuro ma il passato, e di poter tramandare non più il passato ma il futuro.Ciò che chiamiamo “civiltà” è una conformazione irriducibilmente complessa e infinitamente interpretabile, che comprende in sé sia civiltà che inciviltà, in cui recitano insieme protagonisti e antagonisti, che racconta della conquista e della perdita, che si dispone all’epica quanto alla critica, che si svolge alla congiunzione fra naturale e culturale, in parte organico come un rizoma e in parte artificiale come un meccanismo. Un labirinto e un portale fra spazi e tempi. Un canovaccio di storie compiute, da compiersi e incomponibili. Imponente e saldo come una scultura in un palazzo in travertino, ma anche fragile e tenue come uno schizzo su un foglio di carta.* estratto dal testo critico Il Grande Teatro delle Civiltà di Arnaldo Pomodoro scritto per la mostra Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà organizzata da Fendi in collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro, fino al 1° ottobre 2023 a Palazzo della Civiltà Italiana a Roma. [i] B. Corà, op. cit., p. 13.[ii] Cfr. I. Calvino, Le città invisibili, “Supercoralli”, Einaudi, Torino 1972.[iii] Per un più approfondito accenno all’intreccio dei possibili riferimenti alle varie civiltà nelle opere di Pomodoro cfr. le schede opere e i testi dell’artista pubblicati in questo catalogo. Crediti: Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà. Installation view, Palazzo della Civiltà Italiana, Roma, 2023. Photo credit: Agostino Osio. Courtesy FENDI e Fondazione Arnaldo Pomodoro Incontri epifanici, di Guido Furbesco Ci si avvicina con circospezione alle sculture di Davide Rivalta: ne siamo attratti, tendiamo istintivamente il braccio per stabilire un contatto, per saggiarne la materia sbozzata, ma sempre in uno stato di allerta sottile, quasi dovessero di colpo animarsi per ristabilire l’ordine naturale e le sue gerarchie. Rivalta, negli spazi all’aperto del Castello di Brescia, ne ha disseminate 14: gorilla, scimpanzé, oranghi e babbuini, fedeli riproduzioni in bronzo di esemplari in cattività, inediti protagonisti di un paesaggio che – sorpresa – smette all’improvviso di essere soltanto nostro. Sono gli ultimi rappresentanti di un personalissimo zoo che l’artista romagnolo (Forlì, 1974) ha allestito nel corso di una carriera ormai ventennale, iniziata con un altro gruppo di primati: quelli che dal 2002 abitano l’austero cortile del Palazzo di Giustizia di Ravenna. Dopo di loro: leoni, aquile e rinoceronti; cavalli e lupi; persino asini e cammelli. Non rappresentazioni idealizzate, ma ritratti puntuali, ciascuno con caratteristiche proprie, di esemplari incontrati e fotografati nel corso degli anni all’interno di bioparchi, tenute e allevamenti. Nei luoghi in cui sono esposti – siano questi gallerie d’arte o spiagge, architetture pubbliche o giardini – gli animali di Rivalta si aggirano liberamente; alcuni apparentemente a proprio agio, altri con circospezione, comunque senza vincoli: è un ambiente riconquistato, terreno di nuove esplorazioni. «Che cosa ci fanno qui? Quali relazioni intrecciano con noi e con gli spazi che attraversano? Sono queste le riflessioni che mi interessano», ci spiega. Nessun intento decorativo o “monumentale”, quindi, nelle sue raffigurazioni; che sono concepite non per abbellire e fare arredo, ma per affermare un diritto: «Mi piace l’idea di ridare a queste scimmie e tutti gli altri la dignità perduta», ovvero la fantasia di raccontare quei loro inconsapevoli “sogni di gloria” a cui allude il titolo dell’esposizione bresciana, in programma fino al 7 gennaio 2024. Ora: non si pensi a Davide Rivalta come a una sorta di ecologista, uno scultore engagé. Le sue opere non costituiscono un manifesto, il suo non è – dice – «un animalismo di piazza»: c’è solo il desiderio di pareggiare i conti, di scalzare – lui sì – l’uomo dal piedistallo. «C’è chi guarda al mio lavoro con sospetto, avanzando il dubbio che non di vera arte si tratti», confessa. I motivi? «Forse perché è più evocativo che autoreferenziale: non parla soltanto agli esperti di temi stilistici e culturali in senso stretto, ma tocca altre corde. Il mondo degli animali ci interroga tutti, e tutti si sentono interrogati, fosse anche in maniera banale. Ci siamo evoluti con loro, e incrociarli in luoghi in cui non ci aspetteremmo di trovarli provoca azioni ambigue, di avvicinamento o sospetto, comunque antiche. Si tratta di incontri epifanici che hanno molto da dire». Crediti: Davide Rivalta, Sogni di gloria, installation shot. Photo credit: Ela Bialkowska OKNO StudioVIDEO Niente da ricordare “Nel pezzo di terra dove sono nato e cresciuto non c’è niente di importante da vedere e da ricordare, niente che possa essere considerato degno di finire sui libri. Una sorta di Invelle, un non luogo da cui la Storia con la maiuscola ha preso e preteso tutto quello che voleva e poteva. In cambio abbiamo avuto le storie con la minuscola, quelle che o le tramandi a voce oppure si perdono.” Queste sono le parole di Simone Massi, autore e regista del lungometraggio di animazione INVELLE (NOWHERE), prodotto da Minimum Fax Media, in collaborazione con Rai Kids e in coproduzione con Amka Films Productions e RSI, in concorso nella sezione Orizzonti della 80. Mostra Internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia e che verrà proiettato venerdì 8 settembre alle 16.45 in sala Darsena. Un film che parla di bambini e di guerra, che racconta in modo poetico la capacità unica dell’infanzia di affrontare il dolore e la perdita attraverso il sogno e la fantasia. GUARDA  Crediti: frame da Invelle di Simone Massi, prodotto da Minimum Fax Media, Amka Films ProductionsUna casa nella foresta Con HOME, la prima personale in un museo italiano di Vivian Suter, a cura di Lorenzo Giusti, fino al 24 settembre 2023 la GAMeC di Bergamo presenta al pubblico quasi 200 tele realizzate dall’artista nel corso di fasi diverse della sua produzione. Negli anni Ottanta, dopo un lungo viaggio, Suter si è trasferita in Guatemala, sulle rive del lago Atitlán, un luogo in cui il suo lavoro si è sviluppato in uno scambio sempre più stretto con lo straordinario contesto naturale e antropologico in cui si trova la sua casa-studio. Le tele di Vivian Suter, sporcate dal vento, dalla pioggia, dal fango o dai piccoli organismi del bosco, sono protagoniste di questo breve video che lascia intuire l’intimo legame che le tiene unite alle forze vitali dell’ambiente in cui sono nate. La mostra restituisce la dimensione visiva di questo connubio straordinario, evocando la casa dell’artista grazie a una struttura in legno cui sono appese le tele, dipinte con gli stessi colori rosso porpora e verde acquamarina dell’abitazione. GUARDA  Crediti: Vivian Suter. Home. Vedute dell’installazione – GAMeC Bergamo, 2023. Photo credit: Lorenzo Palmieri. Courtesy GAMeC -Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di BergamoEXTRA Sotto un cielo che implode Dal 6 settembre gli spazi del Binario 2 alle OGR Torino ospitano la mostra mutating bodies, imploding stars – mutanti, sotto un cielo che implode, a cura di Samuele Piazza, che attraverso opere di Alex Baczyński-Jenkins, Eglė Budvytytė, Guglielmo Castelli, Raúl de Nieves e una Sound Performance di Ramona Ponzini, racconta di corpi in trasformazione, di mutazione dell’essere umano all’interno di ecologie complesse, partendo da concetti cari all’eco-femminismo e alla teoria degli affetti. Con opere che spaziano dalla pittura alla performance, dalla scultura alla video installazione, la mostra considera desiderio e vulnerabilità come fattori centrali nelle relazioni, e indaga alcune ricerche che considerano simbiosi ed evoluzione interdipendente come fondamenti per l’evoluzione di nuovi corpi e soggettività. Nell’ambito della mostra, venerdì 15 settembre dalle 18 alle 20, sabato 16 e domenica 17 settembre dalle 15 alle 17, gli spazi del Binario 1 di OGR Torino saranno animati da pattinatori per Us Swerve, la performance di Alex Baczyński-Jenkins. Crediti: Eglė Budvytytė in collaboration with Marija Olšauskaitė and Julija Lukas Steponaitytė. Still from Songs from the compost: mutating bodies, imploding stars, 2020, 4K video, 28 min. Courtesy of the artistGalleggiare Anche quest’anno la Fondazione In Between Art Film sostiene e partecipa a Floating Cinema – Unknown Waters, il festival veneziano di cinema all’aperto ideato da Edoardo Aruta e Paolo Rosso, presentato da Microclima e co-curato da Alessandra Messalì che fino al 10 settembre ospita proiezioni, performance e presentazioni dedicate al tema dell’abitare, al rapporto tra umano e non umano e all’impatto antropico sugli ecosistemi, su una piattaforma galleggiante situata nelle acque dietro l’isola della Giudecca, alla fine del Rio de Sant’Eufemia. In questa occasione la Fondazione promuove un focus sull’artista Rosa Barba (1972) di cui ha presentato Subconscious Society, a Feature (2014), mentre venerdì 8 settembre presenterà Inside the Outset: Evoking a Space of Passage (2021), recente acquisizione della Fondazione. La collaborazione con il Festival veneziano conferma l’impegno della Fondazione a promuovere la cultura delle immagini in movimento e il desiderio di contribuire alla vita culturale della città. Crediti: Rosa Barba, Inside the Outset: Evoking a Space of Passage, 2021. Still da video. Prodotto da Point Centre for Contemporary Art, finanziato dall’Italian Council. In collaborazione con Famagusta Avenue Garage. Fondazione In Between Art Film Collection. © Rosa BarbaUn panorama unico Dopo le esperienze di Procida e Monopoli, ITALICS prima rete istituzionale di gallerie d’arte antica, moderna e contemporanea attive in Italia porta nel capoluogo abruzzese Panorama L’Aquila, terza edizione di una mostra d’arte diffusa, che, dal 7 al 10 settembre, coinvolgendo il territorio e le sue comunità, mette in relazione arte, architettura, antichità e contemporaneo. Per questa edizione sono state coinvolte 20 sedi espositive, oltre 60 artisti, più di 100 opere d’arte e 56 gallerie, in un percorso che, confrontandosi con la storia passata e recente della città, affida alla curatrice e critica d’arte Cristiana Perrella il compito di creare percorsi d’arte cittadini. Tra panifici, librerie, negozi di dischi, botteghe di restauro, musei e palazzi nobiliari, questo dialogo con il territorio, le sue istituzioni e i suoi abitanti restituisce al pubblico una nuova immagine della città, un ritratto fatto della sua monumentalità storica e dell’operosità quotidiana. Scopri di più su www.italics.art     
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