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TELESCOPE | racconti da lontano #181

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TELESCOPE | racconti da lontano #181

EDITORIALE

25 barattoli di vetro come quelli per le conserve, appoggiati ordinatamente su una mensola come fossero in una dispensa, anche se qui siamo in un museo: ognuno ha la sua etichetta e ci informa sul contenuto, solo che non leggiamo passata di pomodoro, carciofini sott’olio o marmellata di arance, ma titoli di libri. Si, non avete capito male: l’artista tedesca Kirsten Pieroth (Offenbach am Main, 1970) per realizzare l’opera Untitled (Essences) (2014), ha preso alcuni dei suoi libri, li ha bolliti e ne ha conservato l’essenza estratta dall’acqua di cottura. Un’operazione che ricorda un’opera dell’artista concettuale britannico John Latham (1921-2006) che, nell’agosto 1966, fa letteralmente masticare ai suoi studenti le pagine del libro di Clement Greenberg Arte e cultura, tratta il bolo ottenuto con agenti chimici e lieviti, e restituisce alla Biblioteca della St. Martin’s School of Art, da cui lo aveva avuto in prestito, la fiala con la sua essenza distillata.

La pratica di Pieroth dà vita a opere che non vogliono essere sapienti o argute, e nemmeno un modo per assumere una posizione critica sulla società; sono semplicemente, concettualmente e materialmente, delle metafore puntuali e sorprendenti, in cui l’invenzione è la cosa più importante e gli oggetti e le immagini convincono per la loro magistrale decontestualizzazione. Ironiche e dissacranti, le sue conserve di carta stampata ci dicono (già da quasi dieci anni) che la carta e la scrittura oggi sono pilastri pericolosamente pericolanti della società. Non sorprende che questo lavoro faccia parte della collezione dell’esploratore, scrittore ed editore norvegese Erling Kagge, collezionista di opere d’arte contemporanea raccolte e scelte per affinità esistenziali. Lui, primo uomo a raggiungere i tre luoghi ai limiti della Terra – i due poli e la vetta dell’Everest – ha scritto, tra gli altri, un libro sul silenzio che per lui è non solo un’occasione per conoscersi, ma anche un’impresa faticosa “come scalare un 8.000.

In questa centottantunesima edizione di TELESCOPE, la nostra newsletter settimanale dedicata alle istituzioni e ai progetti culturali di cui siamo portavoce, tra i RACCONTI trovate un testo della curatrice ed editor Giovanna Manzotti sulla mostra di Paul Maheke The Purple Chamber, per la project room di Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano; un racconto del giornalista e autore Fabio Francione dedicato alla Biennale Architettura e al Padiglione Italia a cura di Fosbury Architecture e intitolato Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri; un estratto dal testo di Bart van der Heide direttore di Museion Bolzano, nel libro HOPE. Un’antologia di testi critici su speranza e futuri in tempi post-pandemici pubblicato per la mostra HOPE.

Tra i VIDEO presentiamo una breve intervista a Lorenzo Mattotti protagonista della mostra Storie, ritmi, movimenti prodotta da Fondazione Brescia Musei, e un’intervista ad Alberto Salvati e Matteo Tresoldi in occasione della mostra ART COLOR DESIGN. Salvati e Tresoldi x Saporiti Italia, che ospita 20 sedute protagoniste di un’asta a tempo di Cambi Casa d’Aste.

Tra gli EXTRA vi proponiamo la personale di Theo Pinto Santuario de Luz negli spazi di Cadogan Gallery a Milano; la mostra Uno Scenario Mentale di Esther Stocker alla Fondazione Alberto Peruzzo di Padova; e WIDE WHITE SPACE. Une seconde d’eternité, un racconto per immagini a cura di Eva Brioschi, parte di Fondazione Live il public program di Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano, in occasione della mostra in corso, David Lamelas. I Have to Think About It.

Buona lettura!

Lo staff di Lara Facco P&C

#TeamLara

Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com

TELESCOPE. Racconti da lontano

Ideato e diretto da Lara Facco

Editoriale e testi a cura di Annalisa Inzana

Ricerca ed editing Camilla Capponi, Alberto Fabbiano, Martina Fornasaro, Marianita Santarossa, Claudia Santrolli, Denise Solenghi, Alessandro Ulleri, Carlotta Verrone, con la collaborazione di Margherita Animelli, Michela Colombo, Nicolò Fiammetti, Andrea Gardenghi, Margherita Villani, Victoria Weston e Marta Zanichelli.

domenica 5 novembre 2023


RACCONTI

La cosmologia immaginifica e percettiva di Paul Maheke, di Giovanna Manzotti

Interessato a esplorare il modo in cui il corpo può influenzare uno spazio senza necessariamente essere presente, Paul Maheke, classe 1985, utilizza il contesto espositivo nel quale opera come luogo di “reinvenzione e riarticolazione” di relazioni umane e non umane, costruzioni identitarie e percezioni: un paesaggio di sperimentazione e trasformazione che si muove sul filo di una tensione “tra ipervisibilità e cancellazione, intimità e voyeurismo”, e nel quale scultura, disegno e performance, ma anche suono e video, si intrecciano e influenzano a vicenda, conservando al contempo il proprio grado di autonomia, libertà di azione e potenziale narrativo.

Da questi presupposti prende pensiero e forma The Purple Chamber, a cura di Chiara Nuzzi, la mostra personale dell’artista francese nella project room della Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano, nonché la prima in un’istituzione italiana. Concepito in stretto dialogo con le specificità architettoniche dello spazio, questo progetto fa parte del programma espositivo Corpo Celeste che ha visto come prima protagonista l’artista cipriota Lito Kattou.

Considero il corpo come un archivio della storia personale e della memoria trans-storica, nonché come uno spazio di iper-possibilità in cui le rappresentazioni occidentali delle narrazioni queer e black possono essere interrotte, riarticolate e reinventate”, afferma Maheke in un’intervista del 2018.

In The Purple Chamber lo spazio è agito e abitato da una serie di corpi, creature fantasmagoriche disegnate a pastello acrilico su una serie di pannelli in alluminio nero. Scandendo ritmicamente le pareti laterali dello spazio, queste lastre aprono a una dimensione temporale sospesa e circolare dove la pratica del disegno assume una forte componente performativa dal respiro quasi totemico. Questo corpus di opere prende infatti inspirazione dal metodo dello Psychomanteum elaborato con lo scopo di facilitare un possibile contatto con i defunti all’interno di una stanza buia, con la sola presenza di una candela e uno specchio nero riflettente. Da qui l’interesse dell’artista nel produrre ed elaborare conoscenza attraverso altre forme di connessione, stabilendo un legame tra il mondo esterno e quello interno, tra l’aldilà e un presente palpitante.

Riconoscere i limiti, i confini e le frontiere, tanto spaziali, quanto corporali ed esperienziali, per poi forzarli, è uno dei nodi che informano la pratica di Maheke. Questo “sentire” è qui restituito a livello allestitivo anche tramite l’utilizzo di lunghe tende lilla che rivestono le pareti, restituendo un ambiente domestico, intimo e al contempo spaesante. Il tessuto ricopre i pannelli, lasciandoli solo intravedere, e rimandando nelle sue pieghe alla fugacità dell’acqua, sulla scia delle teorie idro femministe di Astrida Neimanis. Completano la mostra delle sfere luminose posizionate a terra e un wall painting raffigurante un disegno digitale di una creatura ibrida riprodotta su larga scala e affiancata da una scultura cubica composta da due sezioni dove emerge una silhouette dai contorni antropomorfi: un rimando ad una fugace apparizione ancestrale.

Crediti: Paul Maheke, The Purple Chamber, 2023 curated by Chiara Nuzzi, Installation views. Courtesy the artist and Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano. Ph. credits Andrea Rossetti and Tiziano Ercoli


Per ricomporre un paesaggio in costante disgregazione, di Fabio Francione

A cinque mesi dall’inaugurazione di maggio e a uno dalla chiusura di fine novembre, la Biennale Architettura diretta da Lesley Lokko può cominciare a essere messa a referto nei suoi gliuommeri più radicali. Di certo ad agevolare la stesura è l’aver fluidificato il titolo in quel The Laboratory of the Future, che consente tuttora di spostare giudizi, e non solo di valore, a un altrove filosofico che ha bisogno di essere ancora codificato. Anche se geograficamente gli assi focali più innovativi del pianeta stanno cambiando coordinate. Non vi è più un centro, capitalistico e democratico, esportato dall’Occidente dal quale s’irradiano idee e convergono progetti. Ma vi è una cultura meticcia (che sussiste contraddittoriamente anche nel woke e nella cancel culture) che si reinventa “come agente di cambiamento” nelle narrazioni plurime dei tanti Sud del Terra. Questo sembra dire (e ammonire per alcuni versi) questa diciottesima edizione della Biennale Architettura e sembra essere accolta in modo originale, nella declinazione alfabetica e parolaia, dal Padiglione Italia, curato dal collettivo Fosbury Architecture e titolato Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri. In tale prospettiva la piattaforma onlife organizzata da Fosbury evidenzia da un lato la voglia di confrontarsi su tematiche che non divergano dai propositi individuati dalla Lokko, dall’altro però vi è l’esigenza di non distrarre l’attenzione da problemi che più interessano le giovani generazioni, anche le più estreme (leggi le azioni di Ultima Generazione) perlopiù vissute in un tempo che felice non è, avvolto com’è da una permacrisi che ha un inizio nel 9/11 e continua fino a questi anni Venti del XXI secolo, stritolando la contemporaneità tra le spire di crisi economiche, migratorie, sanitarie, climate change e chissà di cos’altro. Perché è di fatto solo un ignoto inconoscibile che può attenderci. Ovviamente, non vi è superstizione in tale spiccia cronologia, ma è mera presa d’atto che tutti si è sulla stessa barca, non ancora fatta a tronconi come La zattera della Medusa. L’alternativa a ciò sembra non esserci. Eppure, lentamente la cosiddetta “cultura del progetto” (piace togliere la polvere da termini tenuti insieme da un linguaggio ancorato al Novecento) sta riguadagnando favori proprio in quelle generazioni di architetti che s’approcciano a piattaforme inanellate in domande aperte che intersecano problematiche teoriche e pratiche, pubbliche e private che sfondano l’oggettività fisica dell’architettura nell’aleatorietà dell’arte. Tali agenti sono gli spazialisti, termine che crea un movimento di derivazione anglosassone e non ancora pienamente recepito in Italia e che al posto degli strumenti classici dell’architetto ha un approccio completamente differente nel trovarne di nuovi, destinati si spera a ricomporre un paesaggio (spazio) in costante disgregazione. Tuttavia, Fosbury ha saputo collocarne a chiamata alcuni per le istanze più urgenti e in una serie di progetti locali stazionati per tutta la penisola, riorganizzati nel Padiglione nazionale e affidati ad alcuni advisor. Ed è e sarà sfidante per costoro partire, consapevolmente, dal piccolo per arrivare al grande, transitando in scenari tutti da decifrare come: “convivenza con il disastro, riconciliazione con l’ambiente, coesistenza multiculturale, recupero del patrimonio incompiuto, inclusione sociale, transizione alimentare, rigenerazione delle periferie, superamento del divario digitale e tutela del paesaggio“.

Crediti: Installation view Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri, 2023, Padiglione Italia 18. Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia. Foto di Delfino Sisto Legnani – DSL STUDIO @delfino_sl @dsl__studio Courtesy of © Fosbury Architecture


Hope. Prefazione, di Bart van der Heide*

Il 5 maggio 2023 si è verificato un evento storico che ha colto di sorpresa molti di noi. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato: “È quindi, con grande speranza, che dichiaro concluso lo stato di emergenza globale provocato dal covid-19”. Nel suo discorso, Ghebreyesus rifletteva sui profondi cambiamenti verificatisi nei precedenti tre anni. Il covid-19 aveva portato alla luce fratture politiche entro le nazioni e nei rapporti internazionali, aveva compromesso la fiducia tra persone, governi e istituzioni, e trascinato milioni di individui nell’abisso della povertà. Non è un segreto che la pandemia abbia fatto emergere disuguaglianze e debolezze connaturate al nostro mondo postfordista e globalizzato. In questo quadro, il riferimento di Ghebreyesus a una “grande speranza” si può interpretare in modo simbolico, più che letterale. Di primo acchito, l’idea di “ritornare alla vita di prima” può sembrare confortante rispetto all’incertezza prolungata, ma è una misura di progresso e innovazione sociale insufficiente nella realtà in cui oggi viviamo. Il concetto di speranza e la sua applicazione sono sempre stati molto contraddittori, come vediamo sin dalla mitologia greca. Quando la perniciosa Pandora richiuse il suo sinistro vaso, aveva ormai liberato sull’umanità ogni male immaginabile: malattie, sofferenza, piaghe, guerra, avidità, invidia e fatica. L’unico male che era riuscita a trattenere nel vaso era la speranza. Prima di tutto, questo spinge a domandarsi perché mai la speranza dovesse trovarsi nel vaso. Arginandola forse facciamo il bene dell’umanità oppure perpetuiamo le nostre sofferenze? Come possiamo imbrigliarla per metterla a frutto in un’epoca di crescente disperazione? Essendo stato concepito nel pieno del lockdown globale, il progetto di ricerca TECHNO HUMANITIES di Museion ha cercato soprattutto di indagare gli effetti del covid-19. Invece di adottare una visione distopica del futuro, però, si è scelto di prendere in esame una sottocultura che era passata inosservata nel mondo pre-pandemia. Questo cambio di prospettiva ha acceso un faro sulla club culture in quanto modello di coesistenza sociale e di costruzione di un mondo inclusivo. Durante la pandemia, è apparso evidente che le discoteche erano fondamentali per il benessere di lavoratori e lavoratrici freelance che, dagli anni Ottanta, rappresentano una porzione significativa della forza lavoro postindustriale. Per essere produttivi i e le freelance sono costantemente sotto pressione e la discoteca rappresenta uno spazio fondamentale per allentare lo stress e sperimentare rigenerazione mentale e solidarietà collettiva.

*estratto dal testo di Bart van der Heide direttore di Museion Bolzano, nel libro HOPE. Un’antologia di testi critici su speranza e futuri in tempi post-pandemici pubblicato in occasione della mostra HOPE in corso al museo fino al 25 febbraio 2024

Crediti: [1] Ei Arakawa, Performance People, 2018/2019 (left), and Suzanne Treister, Rosalind Brodsky’s Electronic Time Travelling Costumes, 1995-1997 exhibition view HOPE. Museion 2023. Photo: Luca Guadagnini.

[2] LuYang, Electromagnetic Brainology, 2017, exhibition view HOPE. Museion 2023. Photo: Luca Guadagnini.

[3] Shu Lea Cheang, RED PILL, 2021, exhibition view HOPE. Museion 2023. Photo: Luca Guadagnini.

[4] Sonia Leimer, Space Junk, 2020, Black Quantum Futurism, Write No History, 2021, exhibition view HOPE. Museion 2023. Photo: Luca Guadagnini.


VIDEO

Senza frontiere

In questa breve intervista Lorenzo Mattotti protagonista fino al 28 gennaio 2024 della mostra Storie, ritmi, movimenti a cura di Melania Gazzotti e prodotta da Fondazione Brescia Musei negli spazi del museo Museo di Santa Giulia di Brescia, racconta il suo modo di intendere la figura dell’autore, non necessariamente incasellato in una definizione professionale (pittore, disegnatore di fumetti, illustratore) ma come una persona che lavora senza frontiere, che produce immagini capaci di trasmettere energia e amore per quello che si realizza. Lui stesso è così, e nel suo lavoro non vede separazione tra i manifesti, i suoi quaderni di appunti, i fumetti, i dipinti.

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Crediti immagine: Manifesto per lo spettacolo Play back, Nuithonie, Villars-sur-Glâne, 2009. Matite e pastelli su carta. 33×50 cm. Collezione dell’artista.


Quadri da usare

In questa video intervista l’architetto Alberto Salvati e Matteo Tresoldi, figlio di Ambrogio, raccontano il genio, la creatività e la passione che ha contraddistinto il loro lavoro dal 1960. Dalla ricerca tesa a una democratizzazione dell’arte, a quella di un’azienda – che poi sarà la Saporiti Italia – capace di innovare e ingegnerizzare il settore del design, alle riflessioni sulla “cellula abitativa” che per loro diventa “spazio di libertà” in cui lo spazio stesso, insieme agli oggetti e le persone che lo abitano, contribuiscono a definirsi reciprocamente. E poi la rielaborazione delle tripoline che diventano le Miamine con le loro sedute dipinte come quadri protagoniste, nelle loro 20 varianti dedicate ad altrettante città, della mostra ART COLOR DESIGN. Salvati e Tresoldi x Saporiti Italia, all’ADI Design Museum di Milano e di un’asta a tempo di Cambi Casa d’Aste, per la quale fino al 7 novembre potete fare la vostra offerta!

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Crediti immagine: Courtesy Saporiti Italia


EXTRA

Un santuario di luce

Fino al 1° dicembre 2023 Cadogan Gallery a Milano ospita nei suoi spazi i dipinti spirituali e ispirati di Theo Pinto, artista brasiliano alla sua prima mostra in Italia, intitolata Santuario de Luz. Un’esposizione che rivela non solo il viaggio creativo dell’artista, ma anche quello spirituale iniziato nel 2019 con l’avvicinamento alla filosofia Sufi dopo un viaggio in Turchia. L’artista, che oggi lavora in una ex chiesa di New York riadattata a spazio di produzione creativa, espone una serie di dipinti astratti intitolata The Sanctuary, tele di grandi dimensioni e forme differenti che, con i loro toni tenui ma vibranti, trae ispirazioni da concetti di religiosità e spiritualità sia orientali che occidentali. Un’immersione nella fenomenologia del colore che Pinto indaga approfonditamente in lavori che rievocano orizzonti infiniti tra mare e cielo: produzioni che vanno oltre l’estetica per parlare alla dimensione spirituale di ognuno.

Crediti immagine: Theo Pinto, Bindu Twilight, 2023. [2] Theo Pinto, Sanctuary Solace, 2023.


Uno scenario mentale

Si chiama così la mostra personale a cura di Riccardo Caldura dell’artista italo austriaca Esther Stocker (Silandro, Bolzano, 1974) che dall’11 novembre 2023 al 3 marzo 2024 abiterà gli spazi della ex Chiesa di Sant’Agnese a Padova, oggi sede della Fondazione Alberto Peruzzo. Sculture e dipinti dell’artista si confronteranno con alcune opere d’arte neocostruttivista, cinetica e optical di Joseph Albers, Alberto Biasi, Dadamaino, Fernand Léger, Paolo Scheggi, parte della collezione permanente dell’istituzione, qui riunite sotto il titolo Orditi della razionalità ed esposte con altre in prestito dalle raccolte del Museo Umbro Apollonio (provincia di Padova) e Verifica 8+1 (provincia di Venezia), testimonianze di un momento unico di sperimentazione nel territorio veneto, di cui il Gruppo N è massimo esempio. Stocker è nota per le sue sculture dalle superfici in bianco e nero, coperte di pattern di griglie geometriche, che sembrano nascere da un processo di compressione, ma anche per le grandi tele a fondo nero dove frammenti geometrici disegnano la vertigine della profondità cosmica: opere spesso collegate al costruttivismo, all’Op Art, alla psicologia della percezione, che caratterizzano anche le ricerche svolte negli anni Sessanta dal gruppo N, di cui questa mostra rappresenta uno sviluppo contemporaneo.

Crediti: Esther Stocker, installation view, 2021. Foto Markus Gradwohl


Un secondo d’eternità

Conoscete la galleria di Anversa WHIDE WHITE SPACE? Attiva tra il 1966 e il 1976 e fondata dalla storica dell’arte Anny De Decker, e l’artista Bernd Lohaus, la galleria realizzò mostre dei più innovativi tra gli artisti dell’epoca, diventando un luogo di discussione e promozione culturale. Nei suoi spazi esposero tra gli altri, Carl Andre, Joseph Beuys, Marcel Broodthaers, Christo, Daniel Buren, Panamarenko, Lawrence Weiner e lo stesso David Lamelas, la cui mostra I Have To Think About It resterà negli spazi di Fondazione Antonio Dalle Nogare fino al 24 febbraio 2024. A questa straordinaria galleria e alla sua storia è dedicato venerdì 10 novembre alle 20.00, la lecture WIDE WHITE SPACE. Une seconde d’eternité, un racconto per immagini a cura di Eva Brioschi, parte di Fondazione Live il public program realizzato in occasione della mostra di Lamelas.

Crediti: David Lamelas, Antwerp-Brussels (People and Time), 1969, Courtesy of David Lamelas and Jan Mot, Brussels.

Installation view of the exhibition David Lamelas, I Have to Think About It at Fondazione Antonio Dalle Nogare, 2023. Ph Hannes Ochsenreiter. Courtesy Fondazione Antonio Dalle Nogare