Il 3 dicembre 1563 ha inizio l’ultima sessione del Concilio di Trento, il XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, convocato per reagire alla diffusione della riforma protestante in Europa.

L’esigenza di una riforma cattolica era molto sentita in vari ambienti sia laici che clericali a inizio ‘500 e tra i primi a richiedere un concilio che risolvesse le questioni aperte con il papa fu lo stesso Martin Lutero, già nel 1520. La sua richiesta incontrò subito il sostegno di numerosi tedeschi, soprattutto dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, che in esso vedeva un formidabile strumento non solo per la riforma della Chiesa, ma anche per accrescere il potere imperiale. Tra i primi fautori bisogna ricordare anche il vescovo di Trento Bernardo Clesio e il cardinale agostiniano Egidio da Viterbo.

A tale idea si oppose invece fermamente papa Clemente VII che, oltre a perseguire una politica filo-francese e ostile a Carlo V, da un lato vi vedeva i rischi di una ripresa delle dottrine conciliariste, dall’altro temeva di poter essere deposto (in quanto figlio illegittimo). L’idea di un Concilio riprese quota sotto il pontificato del successore di Clemente VII, papa Paolo III.

Egli in primo luogo allargò il collegio cardinalizio, con l’inserimento di figure che, in modo diverso, erano favorevoli a una riforma cattolica (come Reginald Pole, Giovanni Gerolamo Morone o Gasparo Contarini e Giovanni Pietro Carafa); nel 1537 convocò quindi prima a Mantova e poi l’anno successivo, nel 1538 a Vicenza un’assemblea di tutti i vescovi, abati e di numerosi principi dell’Impero, ma senza ottenere alcun effetto (a causa del conflitto tra Francesco I e Carlo V). Vi erano inoltre differenze di vedute riguardo alle motivazioni e agli scopi del concilio: se Carlo V auspicava la ricomposizione dello scisma protestante, per il papato l’obiettivo era un chiarimento in materia di dogmi e di dottrina, mentre per i riformati era l’attacco dell’autorità del papa stesso.

Il fallimento dei colloqui di Ratisbona (1541) segnò un ulteriore passo per la rottura con i protestanti e la convocazione di un concilio fu giudicata improrogabile, per cui con la bolla Initio nostri del 22 maggio 1542, Paolo III indisse il concilio per il 1º ottobre dello stesso anno (Kalendas octobris) a Trento, sede poi confermata nella bolla Etsi cunctis del 6 luglio 1543, con cui si prorogava l’inizio del Concilio a dopo la cessazione delle ostilità ancora in atto. Trento era stata scelta poiché, pur essendo una città italiana, era entro i confini dell’Impero ed era retta da un principe-vescovo; fu con la pace di Crepy che Paolo III poté finalmente emanare la bolla di convocazione, la Laetare Jerusalem (novembre 1544) e il Concilio si aprì solennemente a Trento il 13 dicembre 1545, III domenica di Avvento, nella cattedrale di San Vigilio, a fare gli onori di casa il principe-vescovo Cristoforo Madruzzo.

Il concilio di Trento si svolse in tre momenti separati dal 1545 al 1563 e durante le sue sessioni a Roma si succedettero cinque papi (Paolo III, Giulio III, Marcello II, Paolo IV e Pio IV).

Il concilio non riuscì nel compito di ricomporre lo scisma protestante e di ripristinare l’unità della Chiesa, ma fornì una risposta dottrinale in ambito cattolico alle questioni sollevate da Lutero e dai riformatori. Venne fornita una dottrina organica e completa sui sacramenti e si specificò l’importanza della cooperazione umana e del libero arbitrio nel disegno di salvezza.

Rimasero irrisolte alcune importanti questioni nel campo della fede: non si trattò ad esempio in modo esaustivo il problema, sollevato dai protestanti, della natura e del ruolo del papato e del suo rapporto con l’episcopato (il quale sarà trattato dal Concilio Vaticano I); rimase anche in sospeso la questione del rapporto e della convivenza nella Chiesa tra aspetto istituzionale e misterico (per il quale bisognerà aspettare l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II). Sul piano istituzionale, rimasero insolute inoltre le questioni dei privilegi e dei diritti attribuiti a sovrani e principi cattolici nell’intervenire nelle questioni interne alla Chiesa.

Dal punto di vista disciplinare, vennero affrontati problemi come la preminenza della cura pastorale (cura animarum, cura delle anime) nell’operato del vescovo o la riforma della vita religiosa. Fu dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle loro sedi, la celebrazione dei sinodi e le visite pastorali e prevedendo in ogni diocesi l’istituzione di un seminario.

La controriforma, come viene indicato il concilio in ambito storiografico, e più raramente, riforma cattolica, segnò la risposta al protestantesimo nel XVI secolo. Furono in particolare i pontefici successivi al concilio ad attuare e portare a compimento il processo di riorganizzazione della Chiesa. Il primo di essi è papa Pio V, eletto nel 1566, che promulgò il Catechismo Romano (pensato come strumento per i parroci e i predicatori). A lui si deve anche la revisione del breviario e del messale, con la conseguente uniformità della liturgia nella chiesa occidentale e l’adozione universale del rito romano nella sua forma tridentina (adottata con poche variazioni fino al Concilio Vaticano II e oggi celebrata come forma extraordinaria del rito romano); vennero aboliti molti riti locali e particolari, con l’eccezione del rito ambrosiano per l’arcidiocesi di Milano e di pochi altri riti.

Nel 1571 Pio V istituì inoltre la Congregazione dell’Indice, con il compito di mantenere aggiornato l’Indice dei libri proibiti e la facoltà di effettuare speciali dispense. Papa Gregorio XIII, eletto nel 1572, diede notevole impulso al processo di accentramento di potere nelle mani del papato, sviluppando la nunziatura apostolica (la missione diplomatica dipendente direttamente dal papa e non dalla Chiesa locale) e promuovendo l’erezione in Roma di seminari e collegi per stranieri. Il successore, papa Sisto V, stabilì per i vescovi l’obbligo della visita ad limina per relazionare al pontefice la situazione delle proprie diocesi e riorganizzò la curia romana, istituendo 15 congregazioni al servizio del papa.

Immagine d’apertura: il concilio di Trento tenutosi nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, in un dipinto di Elia Naurizio conservato presso il Museo diocesano tridentino