In soli vent’anni l’Italia è riuscita a passare dall’emergenza rifiuti alla culla della nascente economia circolare del vecchio continente. È questo il curioso destino della Penisola che ancora oggi nell’immaginario collettivo viene considerata il paese delle discariche ma che in realtà può vantare diverse esperienze consolidate di circular economy di cui tanto si parla in sede istituzionale europea.

Gli esempi dei comuni rifiuti free

Non mancano ancora i problemi ma la situazione più in generale è cambiata e di molto come testimoniano i ben 525 comuni rifiuti free, quelli che oltre a essere ricicloni, hanno deciso di puntare sulla riduzione del residuo non riciclabile da avviare a smaltimento. In particolare si tratta di comuni che producono meno di 75 chilogrammi annui per abitante di rifiuto secco indifferenziato, (pari al 7% del totale nazionale), per una popolazione che sfiora i 3 milioni di cittadini.

Che cosa succede in Toscana

Anche le amministrazioni toscane non sono da meno: la Toscana conta 14 rifiuti free, e tra le esperienze virtuose si distingue quella dell’Empolese Valdelsa con i comuni di Empoli (50mila abitanti), Fucecchio, Certaldo, Montespertoli, Castelfiorentino, e il comune di Monsummano Terme del comprensorio economico della Valdinievole. Risultati ottenuti con ricette diverse ma con un denominatore comune: la responsabilizzazione dei cittadini attraverso una raccolta domiciliare, una comunicazione efficace e con politiche anche tariffarie che premiano il cittadino virtuoso.

Dati emersi al Forum del riciclo

Di questo si è parlato nel corso della prima edizione toscana del Forum del riciclo, organizzato a Firenze da Legambiente con il patrocinio della Regione Toscana e la collaborazione di Publiambiente, Revet e Rimateria.

L’Italia si è messa in marcia

In questi ultimi anni l’Italia ha fatto importanti passi da gigante. Può contare sulle buone gestioni degli oltre 1.500 comuni ricicloni dove vivono 10 milioni di persone, premiati da Legambiente per aver superato il 65% di raccolta differenziata. Può avvalersi di impianti industriali innovativi che sono in grado di riciclare manufatti fino a ieri considerati irriciclabili come i pannolini usa e getta (l’impianto è a Spresiano, in provincia di Treviso, in un sito produttivo di Contarina, una società pubblica tra le migliori d’Italia) e le plastiche miste (fino ad oggi inviate solo a recupero energetico) o che sono in grado di produrre compost o biometano da usare al posto del gas fossile come i digestori anaerobici di ultima generazione. La Penisola è stata capace di sostituire impianti petrolchimici old style con bioraffinerie che producono bioplastiche, biolubrificanti e bioadditivi per la filiera dei pneumatici dall’olio vegetale grazie a brevetti italiani come avvenuto a Porto Torres in Sardegna. O di inaugurare bioraffinerie per produrre bioetanolo di seconda generazione da scarti agricoli o biomasse lignocellulosiche per evitare di fare lo stesso utilizzando prodotti agricoli a destinazione alimentare, come fatto a Crescentino.

Parola a Legambiente

Legambiente ha poi ricordato che l’Italia sa fare meglio di altri Paesie, anche rispetto alla tanto decantata Germania, come nella rigenerazione di un rifiuto pericoloso come l’olio minerale usato, nel sistema di gestione dei rifiuti degli pneumatici fuori uso, nella messa al bando dei sacchetti di plastica tradizionale sostituiti da sporte riutilizzabili e da shopper in bioplastica compostabile (strategia poi ripresa nella recente direttiva europea sul tema), nella riprogettazione delle cialde per il caffè che da irriciclabili sono diventate compostabili.