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Amare un profugo istriano (Adalgisa Pini)

Raccontami una storia premio letterario

Arrabbiata e triste, a testa bassa allungai il biglietto appena acquistato alla ” maschera” immobile davanti all’ingresso della sala dove stava per iniziare lo spettacolo.
Mi prese un colpo quando, insieme al biglietto, sentii prendermi anche la mano.
Allora alzai gli occhi per capire meglio …
Un giovane magro, altissimo e biondo come una pannocchia di granoturco, sorridendo timidamente e sempre stringendomi la mano, mi disse sottovoce: «Signorina, scusi, mi piacerebbe tanto conoscerla. Mi tiene il posto, così quando non entrerà più gente, verrò a sedermi accanto a lei?»
Sorpresa, non risposi. Ma misi subito, con finta noncuranza, la borsetta nel posto vuoto accanto al mio, mentre nel lato opposto era seduta la mia cara zia Iolanda, ancora signorina nonostante l’età.
Fingendo di mettermi seduta più comodamente, di tanto in tanto mi giravo per guardare com’era il ragazzo e se aveva terminato il piccolo incarico di volontario che stava compiendo.
Mi sembrava “il forestiero”, “il triestino”, “lo slavo”, come lo chiamavano in paese, ma non ero sicura. Intanto sentii che la curiosità provocata da quest’evento, dissolveva pian piano la rabbia che avevo dentro.
Già, la rabbia? Ce l’avevo con Bruno, un ragazzo contadino poco più grande di me, con cui avevo iniziato da poco una “storia” e che non si comportava bene: mi diceva bugie, faceva lo spaccone quando arrivava sul suo vecchio cavallo bianco, mi dava appuntamenti e poi non veniva, oppure arrivava molto in ritardo. Proprio come stasera.
Intanto nella sala abbassarono le luci, si chiuse la porta e il ragazzo biondo corse a sedersi accanto a me. Non so dire come sia stato lo spettacolo, perchè tutta la mia attenzione la rivolsi a lui che a bassa voce mi parlò per tutta la sera.
Mi disse che si chiamava Angelo, che era venuto via dall’Istria, esattamente da Portole, un piccolo comune in provincia di Pola, per ragioni politiche. Che aveva dovuto lasciare là ogni cosa, la casa, gli olivi, gli amici , la scuola… Che era stato mandato provvisoriamente a Servigliano, un campo di concentramento nelle Marche, ma ora abitava presso un parente a San Pancrazio di Modena, il paesino oggi in festa, che terminava la sua sagra con un modestissimo spettacolo.
Cercava di mantenersi lavoricchiando, quando qualcuno lo chiamava. Ma era dura, molto dura.
Mentre ascoltavo le sue parole, cercai di ricordare. Sì, l’avevo incrociato una volta, mentre attraversavo il Ponte Alto sul Secchia, in bicicletta per andare a scuola a Modena all’istituto Magistrale. Lui andava nella direzione opposta, vestito molto modestamente, con un bidone di ferro attaccato al manubrio che faceva un po’ di rumore.
Quel giorno mi fissò intensamente e si allontanò. Lo rividi altre due volte nei giorni seguenti, sempre tranquillo e silenzioso e mi guardò ancora con interesse e nulla più.
Ne parlai anche con la mamma e glielo descrissi.
« Oggi ho visto un ragazzo nuovo… è così biondo che sembra ossigenato. Mi ha guardato con una certa insistenza».
«Ah! Sarà uno di quegli slavi che sono venuti da Trieste o dalla Iugoslavia. Mi hanno detto che sono venuti ad abitare qui per motivi politici. Non so. Sono in tanti fratelli e sorelle. Non se la passano tanto bene. Sono profughi».
Chiesi in giro. Nessuno sapeva chi fossero, perchè fossero venuti da noi, che cosa stesse accadendo nel loro paese d’origine. L’ Istria… chissà dov’era… Qualcuno la confondeva con l’ Australia. Io guardai sull’atlante e vidi che era una penisoletta triangolare, attaccata a Trieste che penzolava nell’ Adriatico. Radio, giornali, erano una rarità nella miseria del dopoguerra. A scuola s’insegnavano latino, matematica, filosofia e le solite materie. Mai nulla di attualità. Così la cosa finì lì ed io avevo già dimenticato l’incontro.
Ma ora il biondissimo profugo era lì, seduto accanto a me e mi parlava con dolcezza.
Mi piaceva la sua cortesia rispettosa. La sua voce. Il suo alito. Il suo odore di pulito. Era vestito modestamente, ma anch’io non indossavo certo abiti da principessa. La guerra era finita da poco e la miseria mordeva tutti. Chi più, chi meno.
Terminato lo spettacolo, mi chiese un appuntamento, come speravo, ed io accettai di vederci il giovedì seguente. A ” moroso”, allora, si poteva andare solo al giovedì e alla domenica.
Dapprima avevo accettato il suo invito per far ingelosire Bruno, ma ora sentivo una curiosità e una gioia che mi prendeva tutta.
Più tardi venne anche Bruno e mi cercò, ma per la prima volta mi sembrò fastidioso, meschino. Si arrabbiò parecchio vedendo quel ragazzo biondo seduto accanto a me. Ma io capii in un attimo che non avevo più bisogno di lui. Avevo trovato di meglio. Volevo conoscere bene Angelo e poi decidere che cosa fare. Così partì la nostra storia.
Le ore trascorse insieme a lui erano le più belle della mia vita in quel periodo.
Appena se ne andava, cominciavo a desiderare che tornasse.
Vivevamo giorni meravigliosi, felici entrambi del dono reciproco che ci era stato concesso.
Più lo conoscevo più mi piaceva e m’interessava. Mi raccontava poco alla volta la sua vita.
Le baruffe con le sorelline, i cibi tipici preparati dalla sua mamma. Ma anche gli episodi tremendi degli ultimi anni. Delle persone che di notte venivano prelevate dalle case e non se ne sapeva più niente. Forse torturati e gettati nelle foibe. Di una zia arrestata dalla polizia e picchiata e violentata per una notte intera. E che da quella notte non riusciva più a dormire . Del fatto che, loro, italiani, improvvisamente avessero dovuto cambiare lingua ed imparare il croato, lasciare i loro usi e costumi e le leggi italiane. E le scuole E del fatto che la Jugoslavia gradisse i loro beni, le terre fertili e le case, ma non la loro presenza e facesse di tutto perchè se ne andassero.
Alle mie richieste del perchè di tutto questo, rispondeva che l’ Italia aveva pagato i debiti di guerra, la seconda guerra mondiale, cedendo una parte dei suoi territori. E siccome l’Istria aveva avuto la sfortuna di essere bella, fertile, bagnata dal mare e di trovarsi sul confine, la scelta dell’Italia e della Jugoslavia era stata ovvia, anche se dolorosissima per i suoi abitanti.
Ma ora Angelo era qui, non era più solo. Però doveva inserirsi e lavorare per vivere.
Con i suoi fratelli e il papà, tutti intelligentissimi e laboriosi, avevano dato vita ad una piccola impresa edile.
Dopo alcuni piccoli lavori di ristrutturazione, ora avevano ricevuto un incarico importante: costruire una bella casa colonica con annessa stalla e fienile per una famiglia del luogo, conosciuta e stimata da tutti. Un colpo di fortuna dopo tante disgrazie. Era un incarico difficile, faticoso e lungo, ma era necessario portarlo a termine nel migliore dei modi, perché li avrebbe fatti conoscere ed inserire nel paese. E ciò avvenne pienamente.
Cercava anche l’amore ed aveva scelto me, se ero d’accordo. Ed io ero d’accordo, eccome. Ma i miei genitori erano preoccupati per la mia giovane età, per gli studi da completare, perchè temevano che lui cercasse di portarmi in Istria, lontano da loro e dalla loro protezione.
E poi, nella loro incolpevole ignoranza, avevano sentito dire che da lì “venivano gli zingari”.
Errore grande, perchè allora erano più puliti e moderni di noi modenesi.
Avrebbero certo preferito che mi fossi fidanzata con qualche contadinotto morettino del paese, proprietario di un bel pezzo di terra, che con quel biondo e altissimo “forestiero”.
Mentre aumentava il nostro amore, parallelamente miglioravano anche le sue condizioni economiche.
Era riuscito a comprarsi una grossa “Gilera” nera con la quale volavamo in montagna o lungo i fiumi a pescare, poi mangiavamo gnocco fritto e salume al ritorno.
Facevamo progetti più grandi di noi. Che bello sognare in due!
Angelo non progettava di portarmi con sè in Istria, ma di costruire una bella casa per noi qui a Modena. Un giorno acquistò un pezzo di terreno fabbricabile alla Madonnina e, a tempo perso, con i suoi fratelli iniziò la costruzione. Impiegò quasi tre anni a terminarla e la dipinse di azzurro. Giusto in tempo, perchè proprio in quel momento mi accorsi che stavo aspettando un bambino.
Come dirlo ai genitori? Paura, gioia, preoccupazione erano i sentimenti che ci scuotevano. Andammo insieme, tremando, ad informarli. Ci dissero che non capivamo niente e di sposarci al più presto per placare le chiacchiere della gente. Preparammo le carte.
Le mie furono tutte pronte in pochi giorni. Le sue invece non arrivavano dall’Istria.
I giorni passavano e i miei genitori erano sempre più inquieti e nervosi . Io invece avevo piena fiducia in lui. Ero certa che non mi avrebbe scaricata in un momento così difficile
Finché un giorno arrivò una lettera dal suo comune natale in cui si diceva che durante la guerra un furioso bombardamento aveva incendiato la sede del Municipio e tutti i documenti erano andati persi. Non restava che rivolgerci agli uffici del Comune di Modena e fare nuovi documenti alla presenza di tre testimoni.
Detto fatto. Potemmo così sposarci in fretta e furia, liberando dall’imbarazzo i miei genitori. Io, nella mia incoscienza, ero felice come una Pasqua.
Alcuni mesi dopo nella graziosa casetta azzurra nacque un bellissimo bambino lungo e sottile con i capelli gialli come una pannocchia di granoturco.
Ora, dopo 58 anni e altri figli e tanti nipotini, e faticoso lavoro da parte di entrambi, siamo ancora qui, insieme, ad affrontare con ottimismo e serenità le gioie e i problemi della vita.
Chi viene da lontano non è detto che sia peggiore di noi.

Adalgisa Pini