processed (19)

Dal 6 aprile 2023, con la mostra Whisperers di Lito Kattou (Cipro, 1990), prende il via Corpo Celeste, nuovo ciclo espositivo di Project Room, il progetto “osservatorio” di Fondazione Arnaldo Pomodoro dedicato agli sviluppi del panorama artistico internazionale, che quest’anno viene affidato alla curatrice Chiara Nuzzi (Napoli, 1986).

Ispirato all’omonima raccolta di saggi della scrittrice Anna Maria Ortese e ai suoi tentativi di “restituire al reale il significato di appartenenza a un’altra realtà, più grande e inconoscibile[1], Corpo Celeste si articola in due mostre personali, la prima dedicata a Lito Kattou e la successiva, prevista a settembre 2023, a Paul Maheke (Francia, 1985). In entrambe le mostre la scultura è uno strumento di costruzione di corpi altri, ibridati con la materia, la natura e il mondo animale, per abitare nuovi mondi. In questi possibili ultramondi, Kattou e Maheke esplorano le potenzialità̀ della materia scultorea costruendo ambienti e narrazioni che minano il presente e interrogano il futuro. Gli artisti sviluppano due progetti site-specific che mescolano media differenti per costruire installazioni ambientali immersive: lo spazio espositivo della Fondazione diventa così un paesaggio popolato da immagini e presenze quasi metafisiche.

Whisperers è la prima personale in una istituzione italiana di Lito Kattou, la cui ricerca è influenzata dal contesto naturale, sociale e politico dell’area mediterranea. Ispirata da mitologie, racconti, archeologie locali, l’artista ha inserito nella sua pratica temi come la riconciliazione tra vita e morte e l’accettazione della linearità e circolarità del tempo, attraverso cui riflette sulla coesistenza di realtà diverse. Le sue opere – corpi, creature ibride e astratte, antropomorfe o animali, al cui interno sono inglobati elementi naturali e cosmici – analizzano il processo di cambiamento della materia nel tempo, il tema dell’alterità e scenari spazio-temporalisconosciuti.

La serie Whisperers (coloro che sussurrano) del 2022, come la precedente Harvesters (coloro che raccolgono), si concentra sull’idea di comunità in un’ambientazione senza tempo che individua nuove strategie di coesistenza.

L’artista realizza per gli spazi della Fondazione Whisperer I, II, III e IV, quattro imponenti sculture in alluminio, acciaio, acrilico, rame nichelato e plastica biodegradabile, che rappresentano quattro componenti di una comunità – legati tra loro da simboli, segni, frammenti che compongono una grammatica familiare – connessi a Whisperer V, una quinta scultura allestita sulla facciata di Fondazione ICA Milano, intervento che funge da ponte tra le due istituzioni e che ne sancisce la collaborazione.

Nelle sculture, Kattou assimila elementi umani e non, figure derivate dalla natura e dal mondo animale, nel tentativo di immaginare una nuova forma di esistenza in costante adattabilità e trasformazione con le forze ambientali circostanti.

Dotate tutte del medesimo volto, in un paesaggio congelato al tramonto, le superfici nere dei corpi, disposti in modo da scandire lo spazio articolando il percorso del pubblico, sono interrotte da parti dipinte che ne evidenziano alcuni gesti e accompagnate da figure di animali, fiori e farfalle, canestri intrecciati che richiamano non solo le origini dell’artista, ma anche il periodo coloniale cipriota.

Il canestro è spunto per una riflessione più ampia sull’evoluzione culturale dell’umanità: come racconta la scrittrice Ursula K. Le Guin in The Carrier Bag Theory of Fiction(1986), “è probabile che il primo dispositivo culturale sia stato un recipiente […] e che le prime invenzioni culturali siano state un contenitore dove mettere i prodotti raccolti[2]. Una visione che depotenzia l’oggetto-arma come principale elemento dell’evoluzione e racconta invece una storia di sostegno e collaborazione, di intelligenza e pratica comune impiegate a beneficio della collettività.

Whisperers rappresenta uno spazio in cui è possibile accettare la coesistenza con entità diverse e immaginare approcci e metodi alternativi per vivere insieme, in una prospettiva che mette al centro la comunità, e incrementa la consapevolezza delle necessità delle altre specie e della tutela del pianeta.

Il progetto curatoriale delle Project Room si riconnette alle ricerche condotte per la mostra del ciclo Open Studio, in corso nello studio di Arnaldo Pomodoro. La negazione della forma. Arnaldo Pomodoro tra minimalismo e controcultura (a cura di Federico Giani, visitabile tutte le domeniche fino al 28 maggio) indaga infatti la produzione artistica di Arnaldo Pomodoro tra 1966 e il 1970, gli “anni americani” dell’artista, contraddistinti dalla sperimentazione sui concetti di vuoto, spazio negativo, negazione della forma. Le riflessioni attorno a questi temi fungono perciò da trait d’union tra la ricerca artistica del Maestro e quella dei giovani artisti coinvolti nelle Project Room, riconfermando l’intento della Fondazione nello sviluppare un progetto culturale coerente, che evidenzi le assonanze tra temi e interessi di ricerca delle nuove generazioni con quelli che hanno caratterizzato il percorso artistico di Arnaldo Pomodoro, individuando un’affinità intergenerazionale che guardi con occhi nuovi al passato e al futuro dell’arte.