Ricordi di scuola

Che strano effetto che fa rileggere in un periodo come quello attuale questo breve libretto pubblicato per la prima volta nel 1939, allo stesso tempo la penna gentile di Giovanni Mosca, un umorista che raccontava con la materia di cui sono fatti i sogni, fa venire alle luce, con nostalgia e commozione, la matrice comune a ogni ricordo dei nostri anni nella scuola elementare.

“Siete mai ritornati, da grandi, nella vostra antica scuola elementare?” Con questa domanda si aprono i “Ricordi di scuola” di Giovanni Mosca (Roma 1908 – Milano 1983), con una sua visita alla scuola dove era stato prima alunno e poi insegnante, attività abbandonata successivamente per la carriera giornalistica, collaboratore e fondatore dei periodi satirici più noti in Italia, nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale, tra cui il “Marc’Aurelio”, il “Bertoldo” e il “Candido” di cui fu condirettore insieme a Giovannino Guareschi.

Con il suo stile ironico e surreale, rievoca in questo libretto la sua carriera di maestro presso la “Scuola elementare Dante Alighieri” nella natia Roma: Giovanni Mosca sente gli stessi rumori mentre nei “ricordi” passeggia per i corridoi della sua vecchia scuola, passando davanti ad un’aula gli giunge la voce di una maestra di prima,

“-I cavalli hanno quindici gambe?-

-No,- si sentivano rispondere in coro gli scolaretti.

-Ne hanno forse dodici?-

-Nemmeno.-

E, calando sempre il numero delle gambe, arrivava finalmente al numero vero.

-Ne hanno quattro?-

-No!- Rispondevano con entusiasmo gli scolari.”

Mosca sorride amabilmente dei maestri elementari e dei loro metodi, gli torna alla mente un vecchio maestro che, per spiegare la rotazione della terra intorno al sole, portava in classe una candela e un’arancia, chiudeva porta e finestre, l’arancia tenuta in mano prendeva a girare intorno alla candela, “girava con fede, convinto, forse, che quell’arancia fosse veramente la terra,” gli scolari invece, approfittando dei momenti in cui il volto del maestro era illuminato dalla candela, davano fiato alle cerbottane sfidandosi in un impietoso tiro a segno.

Mosca si ricorda di quando, giovane maestro al suo primo incarico, fu ricevuto dal direttore, “-avete vent’anni?- Disse. -Ci credo, perché altrimenti non vi avrebbero nominato; ma ne dimostrate sedici. Più che un maestro sembrate un alunno di quinta che abbia ripetuto parecchie volte. E questo, non ve lo nascondo, mi preoccupa molto. Non sarà uno sbaglio del provveditorato?

Mosca, durante la visita alla sua vecchia scuola, si lascia accompagnare amabilmente dai ricordi fino al suono della campanella, dalle aule escono i maestri e le maestre per farsi incontro e congratularsi col loro ex collega per la sua carriera di giornalista, si affollano intorno a lui, curiosi, lo guardano con invidia:

“una carriera brillante la tua, guadagni molto?”

“Non li lasciate, i ragazzi: finché si vive in mezzo ai ragazzi si è ancora un po’ come loro,” vorrebbe rispondergli Mosca, ma non può perché l’invidia dei maestri è già un’invidia di bambini, e gli occhi dei maestri e delle maestre si dilatano al pensiero dei favolosi guadagni di Mosca:

“noi sempre qui, tutti gli anni, tutti i giorni, sempre gli stessi ragazzi, anche se cambiano le facce e i cognomi…” A dire così a Mosca è un altro vecchio maestro, in tasca una matita rossa e una blu e insieme un nastrino tricolore, Mosca lo ha visto che lo chiedeva in segreteria con la scusa di doverlo dare a un ragazzo e invece lo tiene per sé, se lo porta a casa per metterlo insieme con tutti gli altri nastrini radunati, e sempre con la stessa scusa, in tanti anni d’insegnamento.

“Beato te. Tu sei ancora un bambino e non lo sai,” vorrebbe rispondergli Mosca, e più avanti, quando ci racconta della dipartita dello stesso maestro, “in tasca gli hanno trovato una noce.”

Il nostro non può più attingere più da quello scrigno infinito costituito dalle tasche degli alunni e sequestrare, per tenere per sé, fischietti, bottoni, coperchi di scatole di lucido, bricioli di dolci mangiati chi sa quanto tempo fa, per assaporarli quando si ha voglia di richiamare a sé quel tempo andato,e ancora bottoni e chiodi e chiavi e maggiolini morti e soprattutto elastichetti per farci le fionde e tirare pezzetti di carta arrotolata sulle gambe dei compagni. E le noci che, quando i maestri leggono le fiabe ai ragazzi, oltre ai maghi, le fate e le streghe, ci sono sempre delle vecchiette buone che nel bosco ti danno una noce e ti dicono: -Rompila nel momento che ti troverai in pericolo, ed essa ti salverà-… ma come già sappiamo, quando per un vecchio maestro verrà il momento di rompere quella noce sequestrata a suo scolaro, sarà già troppo tardi.

Ricordi scuola di Giovanni Mosca, BUR 2013.