la magara

Era una donna minuta, alta, curva su se stessa. I suoi vestiti erano perennemente di colore nero e apparentemente uguali, non andava mai in giro se non per uscire davanti casa, una piccola dimora in fondo ad un cortile senza vie di fuga. La vedevo quando si caricava addosso dal vicino capanno la fascina di legna che le serviva per cucinare e fare decotti magici, così dicevano i grandi, sapeva curare ogni male, per questo motivo la chiamavano “la Magara”, la strega.

Non la vidi mai sorridere, il suo viso scarno di colore olivastro era appena pronunciato, un grande fazzoletto scuro come il carbone la copriva in modo che non si vedessero nemmeno i capelli. Viveva in quella modesta casa da sempre, anche dopo essersi sposata e rimasta vedova subito dopo aver messo al mondo quell’unico figlio che le doveva dare sostegno alla sua vecchiaia. Il poveretto, un omone alto da poter toccare il cielo, trascorreva le sue interminabili giornate seduto davanti l’uscio, come un tappeto messo fuori per prendere aria, aveva perso la sua volontà cognitiva e la parola durante la guerra sotto un pesante bombardamento sul fronte libico, praticamente era diventato “lo scemo del villaggio”.

Lo chiamavamo “lu mutu”, il muto. Di nascosto, quando la madre stava dentro casa a preparare le sue diavolerie, lo prendevamo per mano frettolosamente trascinandolo nel vicino quartiere nemico a capo del nostro agguerrito esercito di bambini per incutere paura ai nostri avversari. La sua mole, le sue grida soffocate, il picchiare violentemente i suoi possenti pugni sul petto come un temibile gorilla, faceva battere in ritirata a piè levati i nostri malintenzionati nemici, scoraggiandoli, casomai avessero avuto la voglia di invaderci in un futuro assalto.

Giovanni Pulci

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