Pittura religiosa del Trecento in Casentino. Al Teatro degli Antei, di Pratovecchio Stia, fino al 19 ottobre 2014.

Italia di Santi e d’eroi, pregna d’anelito mistico quanto di guerriera conquista, macchiata di sangue fratricida e di pietà. L’essenza del Medioevo, che sopravvive nei mille campanili che ancora oggi “dividono” la Toscana, così come nel carattere fiero e riottoso delle sue genti, lo si ritrova in buona parte in quel Casentino aspro e selvaggio, dove ogni gola o dirupo conservano l’eco dei versi della Divina Commedia, delle laudi di Santi ed eremiti, o delle prose novecentesche d’Idilio Dell’Era, -ancora circondato dalla bellezza della natura e da ritmi di vita lontani dal caos metropolitano.
Una terra, questa, a torto poco considerata dal grande pubblico degli amanti dell’arte, ma che custodisce insospettati e preziosi tesori, opera di artisti meno noti, o di altri che magari conosciamo per averli ammirati agli Uffizi, ma dei quali ignoriamo l’attività fuori Firenze.
Jacopo del Casentino e la pittura a Pratovecchio nel secolo di Giotto, a cura di Daniela Parenti e Sara Ragazzini, fa luce sulla figura ammantata di leggenda di questo artista per molti versi ancora oggi misterioso, che Giorgio Vasari identificava con quel Jacopo Landini, contemporaneo di Giotto, di cui la Galleria degli Uffizi possiede l’unica opera firmata, il piccolo trittico donato da Guido Cagnola al museo nel 1947. Attivo tra Firenze e Arezzo, fu, con Taddeo Gaddi, attorno al 1350, tra i fondatori della fiorentina Compagnia di San Luca, il primo nucleo della futura Accademia delle Arti e del Disegno. Suo figlio Francesco, detto “degli Organi”, fu uno dei più grandi organisti e compositori di musiche del Medioevo, mentre il nipote Cristoforo fu un valente umanista.
Attorno alla sua figura, ruota una piccola ma raffinata e suggestiva mostra di tavole di pittura tardogotica riconducibili a maestri affascinanti e sofisticati come il Maestro della Madonna Straus, il Maestro di Borgo alla Collina – recentemente identificato con Scolaio di Giovanni -, la cui attività in Casentino testimonia gli stretti legami tra questa terra e Firenze, costituiti anche da una committenza artistica molto vivace, e dove spicca la famiglia dei Conti Guidi, feudataria della zona.
Le dodici tavole in mostra, oltre a un affresco staccato e un graduale miniato, ripercorrono quel secolo “saggio e beato”, come scrisse Malaparte in Maledetti Toscani, ovvero il Trecento fatto di devozione di popolo, ardimento guerriero, senso d’infinito e arguzia. A Firenze fu il secolo di Giotto, mentre Siena conosceva la “corrente” dei primitivi, e al contempo le due città conoscevano un importante sviluppo economico e finanziario. Il Casentino, da sempre terra di aspre lotte fra Guelfi e Ghibellini, rimase lontano, anche per ragioni di conformazione del territorio, da questo tipo di sviluppo, chiuso nella sua dimensione ancora medievale, ma esprimendo una scena artistica comunque vivace, con opere che, pur non possedendo la grazia della maniera secca di Lippi e Donatello, affascinano per la solennità spirituale dei fondi oro, dei volti che trasudano carità, misericordia, speranza, severità, che rievocano la sublime asprezza di certi canti della Divina Commedia, o l’eco delle prediche di San Bernardino da Siena.
Apre la mostra la Madonna col Bambino del Maestro di Varlungo – una tavola del primissimo Trecento, proveniente dall’oratorio del castello Guidi -, che rivela l’influenza del primo periodo giottesco, negli incarnati rotondi e nei passaggi del chiaroscuro. Il “trittico Cagnola”, l’opera di riferimento della mostra eseguita da Jacopo del Casentino, immortala episodi e figure fondamentali per la cristianità medievale, a partire dalla stigmate di San Francesco ricevute nel vicino convento della Verna, e, dal alto opposto, la Crocifissione. Nella tavola centrale, a fianco della Vergine, sta Bernardo di Chiaravalle, personaggio di rilievo per l’attività di riforma del monachesimo da lui propugnata sul finire del XII Secolo.
Suggestivo il trittico del Maestro di Barberino (1357), attivo nella seconda metà del Trecento, e che tenne presente la tarda lezione di Bernardo Daddi, che qui emerge nella raffinata attenzione ai dettagli decorativi. Un artista non di primo piano, ma che seppe farsi apprezzare soprattutto nel contado, anche se a Firenze collaborò con l’Orcagna in Santa Maria Novella e in Ognissanti.
Chiude la mostra l’Annunciazione (1430) di Giovanni dal Ponte, autore già quattrocentesco, punto di contatto fra l’ultima stagione del gotico internazionale e il primo Rinascimento. Un sobrio tripudio di colori avvolge la scena, mentre la composizione centrale lascia intravedere i primi rudimenti di prospettiva, sull’esempio di Donatello. La tavola è stata riquadrata attorno al XVI Secolo, con l’aggiunta dei cherubini dipinti da Agnolo di Donnino.
Simbolica la data di quest’opera, scelta per chiudere la mostra: di lì a un decennio, con la battaglia d’Anghiari, il Casentino entra definitivamente nell’orbita politica fiorentina, e l’afflato mistico medievale che aveva data forza alla scena artistica si spegnerà per lasciar luogo a una dignitosa e appartata dimensione provinciale. Nella sua raffinatezza, attraverso la lente dell’arte figurativa, questa mostra si fa approfondimento storico di una terra atavica che ancora oggi rappresenta l’essenza della Toscana.
Buona parte delle tavole in mostra provengono da pievi e castelli casentinesi, fra cui il Castello Guidi di Poppi, la chiesa di Santa Maria Assunta di Stia, la chiesa del Santissimo Nome di Gesù di Pratovecchio. Per cui, una volta ammirata la loro squisita fattura che unisce arte e devozione, è consigliabile visitare questi luoghi di cui sopra, per meglio inquadrare le opere in questione, e conoscere un territorio ricco di storia.
Dalla Galleria dell’Accademia proviene invece la Madonna col Bambino di Taddeo Gaddi e Niccolò di Pietro Gerini, mentre il “trittico Cagnola” arriva dagli Uffizi. Ecco che la mostra “esporta” fuori Firenze il prestigio della Galleria, puntando l’attenzione su un territorio meno conosciuto ma che merita invece la giusta considerazione, contribuendo così alla sua promozione, e facendo degli Uffizi una sorta di museo diffuso.
Il cosiddetto “museo diffuso”, è sovente, in Italia, concetto di mera facciata, dove entrano polemiche e pseudo-intellettuali, dettate da conoscenze poco approfondite della questione. Considerando la scarsa propensione all’investimento culturale dimostrata fino ad oggi dalla politica italiana, è impresa impossibile aprire e gestire nuovi musei. Pertanto, è forse meglio concentrarsi sulla tutela e valorizzazione di quelli già esistenti, promuovendo il legame con il territorio, e esponendo al pubblico quelle opere, pur pregevoli, che non sempre trovano posto nella collezione permanente. È questo lo spirito con cui Antonio Natali, direttore della galleria degli Uffizi, ha ideata la collana Le città degli Uffizi, un ciclo di mostre capillarmente distribuite in quella Toscana “minore”, e volto alla diffusione della conoscenza di artisti, territori, episodi storici ad essi legati, su cui, a ben guardare, poggiano le radici dell’essere e del sentire contemporaneo.

Niccolò Lucarelli