Le prossime tappe che un governo serio dovrebbe mettere in agenda, per affrontare ristrutturazioni e transizioni occupazionali, sono la riforma degli ammortizzatori sociali e quella delle politiche attive del lavoro.
Gira un’ideuzza di riforma degli ammortizzatori sociali, annunciata dal ministro Orlando, che dovrebbe prefigurare le condizioni per uscire dalla fase degli interventi emergenziali e favorire il ritorno alla gestione ordinaria delle organizzazioni produttive e del mercato del lavoro, ma le incognite che accompagnano la stesura del provvedimento sono molte, a partire dalla necessità di trovare 10 miliardi di euro per coprire il fabbisogno finanziario del nuovo sistema che dovrebbe iniziare nel 2022.

Gli errori e le carenze del recente passato

Peccato che non soffro di dimenticanza. Ricordo le due interviste del Sole 24 ore e del Corriere della Sera del febbraio 2019, nelle quali qualche solone della politichetta sparava la prospettiva di 1 milione di nuovi posti di lavoro grazie all’avvento del reddito di cittadinanza. La stessa persona oggi prende atto del fallimento delle politiche attive del lavoro, senza vergogna, dopo aver dirottato tutte le risorse delle politiche attive del lavoro verso i beneficiari del rdc con la palla del famigerato milione di posti e consentendo ai beneficiari di rifiutare anche due proposte di lavoro a tempo indeterminato, senza pagare dazio.

Mi sembra fuorviante il proposito di fare una riforma degli ammortizzatori sociali sulla base delle criticità emerse nel corso dell’emergenze della bolla economica e del Covid, che ha visto un inedito aumento di sostegni al reddito integralmente a carico dello Stato, per rimediare le conseguenze della riduzione delle attività causate dai fermi amministrativi.

Una nuova riforma dei sostegni al reddito richiederebbe un’accurata analisi su dove è fallita la riforma precedente, approvata nel 2014 dal Governo Renzi.

Il documento, portato all’attenzione delle parti sociali, si pone l’obiettivo di allargare i sostegni al reddito per tutte le tipologie di aziende, dipendenti, collaboratori, autonomi e ampliare le prestazioni per le varie categorie considerate nella riforma del 2015. Si ipotizza l’estensione dell’utilizzo della cassa integrazione anche alle aziende con meno di 5 dipendenti, per far fronte a riduzioni temporali di attività e particolari crisi settoriali o territoriali, per un massimo di 12 mesi, nell’arco 5 anni, estesa a 24 mesi nel quinquennio per i settori industriali e a 30 mesi per le costruzioni e il settore lapideo per via dell’esposizione agli eventi meteorologici.
Le piccole imprese vedrebbero allargato l’utilizzo della cassa integrazione con i contratti di solidarietà e con la riduzione provvisoria degli orari di lavoro per gruppi di lavoratori, e con la sottoscrizione dei contratti di espansione, che prevedono misure di accompagnamento alla pensione anticipata su base volontaria per i lavoratori anziani che maturano l’età pensionabile nei 5 anni seguenti, dipendenti di aziende di tutti i settori con almeno 50 dipendenti.

Il contenuto dell’ipotesi di riforma

La riforma ipotizzerebbe un importo minimo mensile di sostegno al reddito di 1.200 euro, l’allungamento del periodo di indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti (Naspi) fino a 24 mesi, eliminando il vincolo dei 30 giorni nel corso dell’ultimo anno, e da 6 a 12 mesi per quelle dei collaboratori (Dis-coll), attenuando la graduale riduzione degli importi attualmente prevista a partire dal quarto mese di usufrutto.
Per i lavoratori autonomi si prevede l’estensione del contributo per le perdite di fatturato oltre il 50% rispetto al triennio precedente, con un massimale di 850 euro mensili per sei mensilità, introdotto in via sperimentale per i lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata (Iscro).

Viene ribadito e rinviato alla definizione del nuovo Programma nazionale per la rioccupazione Gol (Garanzia occupabilità lavoratori) il rafforzamento dei benefici per coloro che partecipano ai programmi di politica attiva del lavoro e accettano offerte di lavoro congrue.

Le proposte in campo lasciano indefiniti molti aspetti della riforma e scoprono alcune criticità non risolte: non si comprende che fine faranno i fondi di solidarietà bilaterali promossi dalle parti sociali, costituiti presso l’Inps, gestiti dai datori di lavoro e dai sindacati, per i settori dell’artigianato e della somministrazione di manodopera; occorre semplificare attività e requisiti di accesso alle prestazioni e collegare l’erogazione dei sostegni al reddito con le politiche attive.

Le associazioni datoriali e sindacali svicolano ed evitano di esprimersi per l’onerosità del nuovo sistema. Infatti, i settori non coperti dai fondi per le casse integrazioni ordinarie, richiederebbero un aumento delle contribuzioni a carico delle imprese, dei lavoratori dipendenti e autonomi che manifestano un consenso per le nuove prestazioni, a condizione che siano lo Stato e i contribuenti a farsene carico.

Il modello rimane funzionale e gestibile per le organizzazioni produttive di un certo spessore e consolidate, mentre è di difficile gestione per le micro aziende, che rappresentano il 90% delle imprese e per i settori caratterizzati da elevata mobilità e/o da quote consistenti di lavoro sommerso, dove l’utilizzo dei sostegni al reddito si presta ad abusi difficilmente controllabili.

L’esempio del passato e la deriva dei braccianti

Negli anni settanta del secolo scorso ho avuto modo di gestire con le parti datoriali un contratto provinciale degli alberghi e analoga iniziativa esisteva nel mondo edile. Si gestiva un fondo privatistico finanziato da lavoratori e parti datoriali che fungeva da cassa integrazione privatistica andata all’attenzione del professor Biagi che avrebbe voluta inserirla nella sua riforma per un’estensione universale degli ammortizzatori sociali. Le crisi che abbiamo attraversato hanno però indebolito il modello assicurativo basato sull’autofinanziamento delle prestazioni e hanno caricato sulla fiscalità generale aiuti, sussidi e ammortizzatori. La deriva è rappresentata dai sostegni al reddito per i braccianti agricoli, esentati dalla riforma del 2014, che con il versamento di poche centinaia di euro, e un minimo di 51 giornate lavorate, maturano il diritto di usufruire dei sostegni al reddito per il resto dell’anno. Il pericolo sarà che per mungere la mucca sostegni ci saranno più braccianti iscritti all’Inps di quelli che lavorano nei campi, in buona parte immigrati sottopagati.

Quale strada imboccare adesso

La strada da imboccare per una riforma razionale dovrebbe favorire una razionalizzazione del sistema vigente, destinare i sussidi al reddito come condizione per far funzionare le politiche attive del lavoro, attivare corsi formativi per indirizzare lavoratori verso quei settori e quei profili dove scarseggiano professionalità, conciliare la necessità di far incontrare domanda e offerta di lavoro regolare con percorsi formativi e aggiornamento delle competenze, contrastare duramente il lavoro sommerso, sollecitare la promozione dei servizi di orientamento e di incontro domanda offerta nei territori con il concorso di istituzioni, parti sociali, servizi pubblici e privati, autorizzati all’intermediazione, per offrire punti di riferimento alle imprese e alle persone che cercano lavoro, senza aspettare soluzioni miracolistiche dallo Stato. Occorre altresì semplificare l’utilizzo dei cosiddetti Puc, cioè quei piani che consentono agli enti pubblici di utilizzare le persone che percepiscono un reddito per attività di pubblica utilità.

Solo così potremo dare una svolta all’apatia e allo sconforto che lentamente sta affliggendo la classe lavoratrice e farla tornare a sognare il Paradiso.

Alfredo Magnifico
Segretario Generale Confintesa Smart