ma che colpa abbiamo noi, di fabio carbone

Strusciando i piedi per terra arrestò il vecchio motorino da sempre privo dei freni.

Era un ferrovecchio pieno di ruggine, più volte ripitturato a pennello, in modo maldestro. L’ultima mano gliela aveva data con della vernice scadente color nero antracite che lo aveva reso simile ad un grosso scarafaggio.

Appoggiò con esagerata delicatezza il “Ciao” senza cavalletto addosso al muro di un vecchio convento diroccato che aveva ospitato in passato l’ordine delle suore “Rocchettine”.

E si allontanò da quel misero mezzo di trasporto costeggiando quelle vecchie mura scrostate che lasciavano intravedere i grossi mattoni di tufo grigio, umidi di salmastro.

Mentre andava si guardò in giro timoroso, come un australopiteco nella savana agli albori dell’evoluzione della specie umana.

Fabio Carbone

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