Muore Voltaire

La scrivania di Voltaire al Café Procope, da lui frequentato

Il 30 maggio 1778 muore a Parigi il filosofo François-Marie Arouet, meglio noto con lo pseudonimo di Voltaire.

Il nome di Voltaire è legato indissolubilmente al movimento illuminista, di cui fu uno dei massimi esponenti insieme a Montesquieu, Locke, Rousseau, Diderot, d’Alembert, d’Holbach e du Châtelet, tutti gravitanti attorno all’ambiente dell’Encyclopédie. La vasta produzione letteraria di Voltaire si caratterizza per l’ironia, la chiarezza dello stile, la vivacità dei toni e la polemica contro le ingiustizie e le superstizioni. Deista, cioè seguace della religione naturale che vede la divinità come estranea al mondo e alla storia, ma scettico, fortemente anticlericale e laico, Voltaire è considerato uno dei principali ispiratori del pensiero razionalista e non religioso moderno.

Nato il 21 febbraio 1694 a Parigi in una famiglia appartenente alla ricca borghesia, da François Arouet, ricco notaio gianseinista, e da Marie Marguerite d’Aumart, appartenente a una famiglia vicina alla nobiltà, Voltaire frequentò tra il 1704 e il 1711 il collegio gesuita Luis le Grand. Là dimostrò una spiccata inclinazione per gli studi umanistici, soprattutto retorica e filosofia. Benché destinato a essere molto critico nei confronti dei gesuiti, Voltaire poté beneficiare dell’intensa vita intellettuale del collegio. Alla morte del padre, nel 1722, l’investimento oculato dell’eredità paterna mette Voltaire al riparo per sempre da preoccupazioni permettendogli di vivere con una certa larghezza. Minacciato di arresto a causa di un suo dissidio con il cavaliere di Rohan Auguste de Rohan-Chabot, nel 1727 Voltaire riparò in Inghilterra, ove rimase fino al 1729.

In Gran Bretagna, grazie alla conoscenza di uomini di cultura liberale, scrittori e filosofi come Robert Walpole, Jonathan Swift, Alexander Pope e George Berkeley, maturò idee illuministe e liberali contrarie all’assolutismo feudale della Francia. Durante l’esilio in Inghilterra assunse lo pseudonimo di “Arouet de Voltaire” (già usato però come firma nel 1719), poi accorciato in Voltaire, per separare il suo nome da quello del padre ed evitare confusioni con poeti dal nome simile. L’uso dello pseudonimo era diffuso nell’ambiente teatrale, come già era all’epoca di Molière, ma l’origine del nom de plume è incerta e fonte di dibattito.

Tornato in Francia nel 1729, Voltaire pubblicò le sue opinioni nei confronti del governo britannico, la letteratura e la religione in una raccolta di saggi, le Lettere inglesi (o Lettere filosofiche), per le quali venne di nuovo condannato, in quanto aspramente critiche contro l’ancien régime e antidogmatiche. Nell’opera Voltaire considera la monarchia inglese – costituzionale, sorta in maniera compiuta dalla Gloriosa rivoluzione del 1689 – come più sviluppata e più rispettosa dei diritti umani (in particolare la tolleranza religiosa) rispetto al suo regime omologo francese. Costretto esule in Lorena per uno scritto del 1731, Voltaire scrisse le tragedie “Bruto e La morte di Cesare“, cui seguirono “Maometto ossia il fanatismo“, che volle polemicamente dedicare al Papa Benedetto XIV, “Merope“, il trattato di divulgazione scientifica “Elementi della filosofia di Newton“. In questo periodo cominciò una relazione con la nobildonna sposata Madame du Châtelet, che lo nascose nella sua casa di campagna a Cirey, nello Champagne. Nella biblioteca della Chatelet, che contava 21.000 volumi, Voltaire e la compagna studiarono Newton e Leibniz.

Nel 1736 Federico di Prussia cominciò a scrivere lettere a Voltaire. Due anni dopo Voltaire visse per un periodo nei Paesi Bassi e conobbe Herman Boerhaave. Grazie al riavvicinamento con la corte, aiutato dall’amicizia con Madame de Pompadour, la favorita di re Luigi XV, protettrice anche di Diderot, nel 1746 fu nominato storiografo e membro dell’Académie Française, nonché Gentiluomo di camera del re; ma Voltaire, seppur apprezzato da parte della nobiltà, non incontrava affatto la benevolenza del sovrano assoluto: così, di nuovo in rotta con la corte di Versailles (che frequentò per circa due anni), avrebbe finito per accettare l’invito a Berlino del re di Prussia, che lo considerava un suo maestro.

Lasciata la Francia, dal 1749 al 1752 soggiornò quindi a Berlino, ospite di Federico I, tuttavia dopo qualche tempo i due litigarono e Voltaire andò a stabilirsi a Ginevra, nella villa Les délices, finché entrò in rotta con la Repubblica calvinista, che egli aveva ritenuto erroneamente un’oasi di tolleranza, e riparò nel 1755 a Losanna, poi presso i castelli di Ferney e Tournay, da lui acquistati, dopo essersi sfogato contro i politici di Ginevra con parole rabbiose e durissime in una lettera inviata all’amico d’Alembert. Tra le persone che vennero a visitarlo a Ferney, oltre a Diderot, Condorcet e d’Alembert, vi furono James Boswell, Adam Smith, Giacomo Casanova, Edward Gibbon. Nello stesso periodo cominciò la più feconda fase della produzione voltairiana, che univa l’Illuminismo e la fiducia nel progresso col pessimismo dovuto alle vicende personali e storiche. Voltaire collaborò all’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, alla quale partecipavano anche d’Holbach e Jean-Jacques Rousseau. Dopo un buon inizio, e un parziale apprezzamento dei philosophes per le sue prime opere, quest’ultimo si distaccò presto, per le sue idee radicali in politica e sentimentali sulla religione.

Voltaire, in questo periodo, si impegnò anche al fine di evitare il più possibile le guerre che insanguinavano l’Europa. Egli disprezzava il militarismo e sosteneva il pacifismo e il cosmopolitismo; un appello alla pace è presente anche nel “Trattato sulla tolleranza“. Cercò di fare da mediatore tra la Francia e la Prussia di Federico II, per evitare la guerra dei sette anni. Ricco e famoso, punto di riferimento per tutta l’Europa illuminista, entrò in polemica coi cattolici per la parodia di Giovanna d’Arco in “La Pulzella d’Orléans“, opera giovanile riedita, ed espresse le sue posizioni in forma narrativa in numerosi racconti e romanzi filosofici, di cui il più riuscito è “Candido ovvero l’ottimismo” (1759), in cui polemizzò con l’ottimismo di Gottfried Leibniz. Il romanzo rimane l’espressione letteraria più riuscita del suo pensiero, contrario a ogni provvidenzialismo o fatalismo. A questo proposito scrisse il citato “Trattato sulla tolleranza” in occasione della morte di Jean Calas (1763). Voltaire riuscì a ottenere la riabilitazione postuma del commerciante protestante giustiziato, e quella della famiglia proscritta e ridotta in miseria, arrivando a orientare la Francia intera contro la sentenza del Parlamento di Tolosa. Alla fine la vedova, sostenuta da Voltaire, si rivolse al Re, ottenendo anche l’appoggio della Pompadour, che sostenne la causa dei Calas in una lettera al filosofo. Luigi XV ricevette in udienza i Calas; poi, lui e il suo consiglio privato annullarono la sentenza e ordinarono una nuova indagine, in cui i giudici di Tolosa vennero sconfessati completamente. Questo fatto segnò l’apice della popolarità e dell’influenza di Voltaire.

Rientrato a Parigi, con la salute in declino, i primi giorni di febbraio del 1778, dopo 28 anni di assenza, ricevette un’accoglienza trionfale, tranne che dalla corte del nuovo re, Luigi XVI, e, ovviamente, dal clero. Il 7 aprile entrò nella Massoneria, nella Loggia delle Nove Sorelle. Assieme a lui, venne iniziato anche l’amico Benjamin Franklin. Voltaire morì, probabilmente per un cancro alla prostata di cui avrebbe sofferto già dal 1773, la sera del 30 maggio 1778, all’età di circa 83 anni, mentre la folla parigina lo acclamava sotto il suo balcone.