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Munira arranca verso la finestra e i suoi piedini rabbrividiscono a contatto con le mattonelle gelate. La bambina fa leva sul davanzale e spinge i fermi bloccati con tutte le forze che ha. Quando capisce che non c’è niente da fare si lascia scivolare lungo la parete e comincia a cantare piano, come le ha insegnato papà. Si aggrappa al suo fantasma e le sembra di tornare al porto.
Il naso si arriccia a contatto con l’aria salmastra, ma questa volta non è come quando sono andati in gita sul delta del grande fiume. Questa volta non ci sono il nonno, i vicini e quel poliziotto buono che si accontentava di una piccola tangente per lasciarli festeggiare i loro angeli in pace. Si chiamava Said o qualcosa del genere: in nove anni Munira lo ha sentito gridare solo quando gli uomini in nero sono entrati nelle loro vite. Quel pomeriggio il poliziotto ha minacciato, implorato, giurato sul Corano, ma non ha rivelato i nomi degli yazidi residenti al villaggio. Quella sera lui è morto affinché loro potessero vivere e i genitori di Munira hanno benedetto il Signore per averla fatta nascere cieca, per averle risparmiato la vista dei volti impiastricciati di trucco, polvere e lacrime delle sue compagne di scuola, scelte per rappresaglia tra la folla come spose di guerra. Quella notte hanno baciato la mano nodosa del nonno e sono scappati.  Hanno cantato, mentre attraversavano i boschi senza più uccelli, i ruscelli senza più pesci, i campi senza più aratri e le strade trasformate in gruviere. Hanno cantato per calmare il bambino che riposava nella pancia della mamma e per smuovere il cuore dei trafficanti di uomini, ma quelli li hanno informati che di partorienti sul loro barcone non ne volevano e hanno spinto la donna a terra. Mentre lei arrancava nell’acqua bassa, papà si è sbottonato la camicia, rivelando all’altezza della vita un pacchetto avvolto nella tela cerata. «Abbiate pietà» ha supplicato, porgendolo a un uomo con una cicatrice sulla fronte. Il marinaio ha strappato il sacchetto con i denti, rivelando un rotolo di dollari americani. Li ha contati in fretta e alla fine ha abbassato il pollice. Papà allora si è sfilato la catenina d’oro, ma l’altro ha continuato a scuotere la testa. «Salpiamo» ha detto. Così l’essenza di arance con cui la mamma cospargeva il velo ogni mattina si è dissolta nel vento, mentre le nubi si addensavano in cielo. Munira non poteva vederle, ma sentiva le onde rollare contro le fiancate del traghetto. Il comandante urlava che bisognava alleggerire il carico e che papà era pazzo se si illudeva che una bambina cieca sarebbe sopravvissuta alla tormenta. «Non badargli – aveva risposto lui infilandole il giubbotto salvavita – e non piangere». Poi l’aveva baciata in fronte e aveva scavalcato il parapetto della barca.
«Smettila o prenderai la polmonite» una voce lontana e un improvviso scrollone la riportano alla realtà, all’ospedale italiano dov’è ricoverata adesso. «Basta cantare» mormora ancora la sua compagna di stanza e non si capisce se è un ordine o una supplica. Lisa torreggia sulla bambina, tesa nel maldestro tentativo di tapparsi l’orecchio destro per non sentire: se potesse, si tapperebbe anche il sinistro, ma l’operazione è decisamente complicata da quando il suo braccio è paralizzato a seguito di…
La donna abbassa lo sguardo e si accorge che gli occhi ciechi della piccola si stanno riempiendo di lacrime. «Mi dispiace» sussurra, accarezzandole i capelli con la mano buona. Vorrebbe dirle che era una grande pianista e che da quando le hanno comunicato che non potrà più muovere il braccio non sopporta neanche la suoneria del cellulare. Vorrebbe spiegarle che non sopporta nemmeno i parenti che vengono a farle visita tutti i giorni, ma l’altra non capirebbe. O forse sì. Forse anche nel suo Paese ci sono uomini gentili e premurosi che però, quando scoprono che sul lavoro tu sei più brava di loro, cominciano a trattarti male, a disprezzarti. Forse anche laggiù ci sono amiche che ti dicono di andare alla polizia e altre che fingono di non capire perché porti le maniche lunghe a Ferragosto. Forse anche dall’altra parte del mare ci sono mariti che non sopportano che la moglie abbia chiesto il divorzio e allora la picchiano forte e poi la buttano, come una bambola rotta. «Forse, anche dall’altra parte del mondo ci sono donne come me» sussurra Lisa, accarezzandosi il braccio, lì, dove il suo grande amore e il suo peggior incubo, che poi sono la stessa persona, le ha reciso il tendine.
«Poteva andare peggio» – ha cercato di consolarla il dottore – «poteva prendere la vena».
«Questa è la prova che non voleva ucciderla» ha aggiunto l’avvocato della difesa. «Era un professionista stimato, l’amava molto» –  hanno concluso i quotidiani locali – «Insegnava persino pianoforte ai bambini della periferia».
Lisa stringe i denti, mentre la piccola le si accovaccia in grembo: «Chissà se al di là del mare le donne come me sono consapevoli che ciò che ci è capitato è sbagliato, che non ce lo meritavamo, che non ce lo siamo andate a cercare».
Munira le annusa il pigiama e, appoggiandole l’orecchio sul ventre, cerca un fratellino che non c’è, un bambino che neanche il corpo della pianista potrà più ospitare. Lisa si raggomitola con lei nella coperta asettica, massaggiandole i piedini gelati. «Daye» mormora la bimba, e la pianista non ha bisogno di un interprete per capire che sta cercando la mamma.
I giorni si susseguono veloci e si avvicina il Natale, ma le due ospiti della stanza in fondo al corridoio non hanno nulla da festeggiare. L’assistente sociale è preoccupata, perché Munira non riesce a ricostruire in maniera logica il viaggio che l’ha portata in Italia. Di questo passo, non riusciranno a ricongiungerla con eventuali familiari superstiti. «Forza, canta per la tua daye!» la sprona invece Lisa, il telefonino pronto a registrare ogni strofa. Anche se non l’ha detto a nessuno, nella sua testa ricucita a metà si sta facendo strada una folle idea.
Ora Munira è più serena e ricorda che prima di essere risucchiato dai flutti papà ha gridato: «La nostra terra non morirà finché un solo yazida la canterà». Ricorda che voleva buttarsi in mare con lui, ma lo scafista l’ha stretta forte dicendo: «Canta bambina, obbedisci a tuo padre». Poi le ha strofinato la fronte con le guance glabre coperte di goccioline salate. «Sono gli spruzzi» ha spiegato, ma lei non gli ha creduto. Quelle goccioline sono le stesse che ha versato il nonno il giorno in cui gli uomini in nero hanno preso il villaggio.
«Canta Munira» la incita Lisa. Domani la dimettono, giusto in tempo per l’inizio del processo: pensava che sarebbe bastato registrare una ninna nanna e caricarla in rete per aggiustare le cose e invece ancora una volta la musica l’ha delusa.
Il chiacchiericcio dell’orario di visita si interrompe, mentre una donna dal passo leggero percorre il corridoio lasciandosi dietro un lieve aroma agrumato. Munira si zittisce di colpo: riconoscerebbe quel suono ovattato a due strade di distanza.
«Daye» strilla, saltando sul materasso con tanta forza da sfondarlo.
La donna irrompe nella stanza, deposita un fagottino nelle braccia di Lisa e solleva la bambina in alto, come a farle toccare il cielo.
«Munira» grida, piangendo e ridendo insieme.
«Che cosa succede qui?» tuona la caposala.
«Lei è…» Lisa vorrebbe spiegare, ma le parole le muoiono in gola.
«Lei è la mia daye» – urla Munira –  «la mia mamma».
«E lui è tuo fratello» – aggiunge la donna riprendendo il fagottino dalle mani di Lisa – «Quando ho sentito del naufragio della barca su cui eravate tu e papà, pensavo che non vi avrei più rivisti. Non sapevo se tornare in Kurdistan o venire in Europa. Poi al campo profughi ha cominciato a circolare il video di una bambina yazida che cantava: eri tu, figlia mia!»
Il neonato si agita al tocco della sorellina.
«Lisa, recita con me la ninna nanna dei sogni fortunati per calmarlo» invita Munira. La pianista annuisce agitando il braccio inerte: anche se non potrà più fare concerti, ora sa che questa non è una ragione sufficiente per smettere di lottare e di suonare la melodia più bella e difficile di tutte, l’inno alla vita di quelle donne che da vittime si sono trasformate in sopravvissute, pronte a impegnarsi senza sosta per far sì che più nessun’altra debba condividere la loro triste biografia!

Martina dei Cas

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