Quarto stato (particolare)

Uniti sì, ma la meta è lontana

Raccontami una storia premio letterario

Condivido l’obiettivo indicato, nel suo articolo, da Manuele Marigolli, quello cioè di unire tutte le forze disperse della sinistra politica italiana, per dar vita a un partito che si collochi nella tradizione della sinistra riformista e socialista europea.
Temo che non basteranno gli appelli, oltre che all’unità, alla generosità, per raggiungere l’obiettivo indicato: si vede ad occhio nudo come molte delle sigle e dei personaggi che si muovono per dare un volto alla sinistra dispersa del nostro paese, al momento, hanno come unico sicuro punto di partenza l’ostilità nei confronti di Matteo Renzi. E poco altro.
D’altro canto, il modo stesso in cui Renzi ha conquistato il Pd e Palazzo Chigi in rapida successione, deve far riflettere bene riguardo ai mutamenti che sono intervenuti nella base sociale della sinistra e di tutto il popolo italiano. E’ stata una “guerra lampo”, che ha sconvolto gli equilibri della politica, a sinistra, ma non solo; molti militanti storici della sinistra, che ora allargano le braccia e si chiedono “perché?”, hanno dato il loro contributo, convinti di partecipare finalmente a una strategia vincente. Antonio Gramsci direbbe che c’è stata una vera e propria rivoluzione passiva, che la gente di sinistra ha subito, senza neanche accorgersene, anzi: con la convinzione di partecipare a determinare una “svolta epocale”.
Di paroloni, slogan, battute se ne sono sprecati tanti; alla fine si è visto applicare quasi alla lettera il programma politico e sociale che la destra berlusconiana non era riuscita a far passare, in nome della modernità, di politiche europee sbagliate e di un conformismo che ormai accomuna conservatori e socialisti nel Vecchio Continente, lasciando la critica nelle mani dei populisti, di destra e di sinistra. Dunque senza prospettive.
Ecco che allora la ricerca di una nuova formazione politica di sinistra deve passare attraverso una fase di studio e di elaborazione; lo status quo non è sostenibile, il cambiamento è necessario, ma la destra (economica, politica, sociale) ha preso il sopravvento anche nel socialismo europeo, grazie a una egemonia costruita con pazienza e tenacia nell’ultimo mezzo secolo (per chi fosse interessato, su Repubblica di lunedì 27 luglio 2015, Luciano Gallino descrive bene questo passaggio). Per fare un partito che non sia solo un cartello elettorale anti Renzi bisogna dare risposte a molte domande qualificanti e ricostruire una cultura di sinistra che sappia indicare soluzioni ai problemi aperti (mentre scrivo leggo sui giornali che Stefano Fassina sostiene che bisogna uscire dall’Euro, cosa che mi pare follia pura!): ci vorranno tempo, pazienza e fiato. Una lunga guerra di posizione.

Giuseppe Gregori